Parte la Voluntary Disclosure: un approccio microeconomico ancor prima che fiscale

 

La vita non è una questione di avere delle buone carte, ma di giocare bene una mano scarsa
(Robert Louis Stevenson)

 

NOTA – Ora ci siamo: il Consiglio dei ministri convocato per oggi si appresta ad approvare definitivamente il decreto legislativo denominato “certezza del diritto”, che contiene -tra le altre- la norma sui limiti al raddoppio dei termini per l’accertamento, anche denominata norma “sblocca-voluntary”, per far decollare l’emersione di patrimoni detenuti all’estero. A due mesi dalla prevista scadenza (30 settembre 2015) e con il mese di agosto imminente, sono state presentate solo 4.000 delle previste 50.000 istanze. È molto probabile una proroga dei termini[1].

 

Voluntary Disclosure: INTRODUZIONE

Negli ultimi tempi le attenzioni in materia tributaria sono rivolte alla “collaborazione volontaria” nel rientro dei capitali all’estero non fiscalmente dichiarati, alias “Voluntary Disclosure” (in aderenza al nuovo modus anglofono di denominare i provvedimenti di diritto tributario, tra cui “split payment”[2], “tax expenditures”[3], che in italiano lascerebbero facilmente intuire la loro reale natura), approvata, dopo diverse vicissitudini, con la Legge 15/12/2014 n. 186, di cui si è tecnicamente detto molto, ma poco da un punto di vista microeconomico e dell’asset protection.

La Voluntary Disclosure è una procedura di legge promossa dallo Stato per mezzo della quale un residente italiano, presentando un’istanza all’Agenzia delle Entrate, spontaneamente procede alla regolarizzazione di tutte le attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, non dichiarate al fisco, relativamente agli anni ancòra passibili di accertamento tributario. Trattasi di un’autodenuncia, in ovvia assenza di anonimato, che presuppone la totale trasparenza nei confronti del fisco sulla propria situazione fiscale. Non fa sconti su eventuali imposte dovute ed interessi in caso di configurabile evasione[4], ma obbliga l’Agenzia delle Entrate di applicare sanzioni estremamente ridotte rispetto al caso in cui le violazioni venissero ordinariamente contestate. Esclude, altresì, diverse fattispecie di punibilità di reati tributari. Viene comunemente denominata Voluntary Disclosure “internazionale”.

All’emanazione del predetto provvedimento la normativa ha previsto anche un programma di Voluntary Disclosure “nazionale” (Art. 1, comma 2) finalizzata a consentire a tutti i contribuenti (quindi non solo a coloro che abbiano commesso irregolarità fiscali internazionali) la possibilità di regolare la propria posizione in relazione ad imponibili sottratti ad imposizione.

Il presente intervento si occupa della prima Voluntary Disclosure, quella “internazionale”.

Volendo solamente preannunciare alcune conclusioni, si ritiene che tale provvedimento possa rappresentare, obtorto collo, dopo una razionale analisi del contesto in cui ora ci si trova sin dagli accadimenti dell’11 settembre 2001, ciò che, in altro ambito[5], sarebbe definito un compromesso “onorevole”.

 

Voluntary Disclosure: PREMESSA GENERALE

Dedicarsi della tutela patrimoniale in generale e del valore dei propri investimenti consiste anche dell’occuparsi della (effettiva) disponibilità intesa come libertà di movimento del proprio patrimonio quale fondamento della libertà individuale.

Secondo il padre della scienza economica Adam Smith, il valore della moneta[6] è intrinsecamente collegato alla facoltà di poterne disporre come unità di conto ma anche come mezzo di scambio nelle transazioni[7]. Per cui, se in un determinato contesto, i fondi di cui un soggetto è titolare sono bloccati in maniera tale da renderne depotenziato il potere di scambio… questi fondi, in sostanza, valgono meno fino a niente.

Titoli come i seguenti[8], che valgono più di mille argomentazioni, rimarcano quanto le precedenti affermazioni possano toccarsi come concrete:


Svizzera, Capitali in trappola

 

Della Voluntary Disclosure, provvedimento ancora tutt’altro che ben delineato[9] e che certamente -aldilà delle novità della scorsa settimana- verrà molto probabilmente prorogato rispetto alla prevista data del prossimo 30 settembre 2015[10], trarrànno certamente benefici:

– lo Stato per via degli incassi sia immediati[11] che futuri[12], ma anche

– le persone i cui vantaggi si possono estrinsecare sia nel disporre dei propri capitali in modo più libero ed efficace (rimpatrio, finanziamento di proprie attività, mobilità, ecc.) grazie alla guadagnata “conformità” che da maggior potere contrattuale con la propria controparte estera oltre che in aspetti di integrità e tranquillità per aver condotto il tutto verso l’osservanza alle norme di legge.

 

Voluntary Disclosure: PREMESSA SPECIFICA

Singolarmente, se da un lato viene valutata la convenienza circa il sinallagma che confronta il costo della Voluntary Disclosure con la “conformità”, occorre anche aggiungere, nelle valutazioni circa l’opportunità di aderirvi onde escludere le pesantissime conseguenze negative dell’accertamento fiscale inerente alla detenzione dei patrimoni all’estero e delle presunzioni di evasione derivanti dalla scoperta, per quanto verrà esposto in seguito, della detenzione all’oscuro del fisco.

Discorso a parte, ulteriore, riveste la validità -se sussistente- dell’alternativa. Sussistono voci di “capitali in fuga” in giurisdizioni oggi “black list” e/o per il tramite di soluzioni tecnico-giuridiche particolarmente fantasiose ed al contempo bizzarre, oltre che rischiose da un punto di vista dell’asset protection.

E, al contempo, è infatti da mettere seriamente in dubbio, e l’esperienza di Cayman con gli Usa di cui in seguito, che nel mondo attuale possano esistere territori sicuri (ed affidabili) ove occultare ricchezze sottratte a tassazione ed affidabili per il recupero delle somme.

Ecco perché la valutazione dell’opportunità di aderire alla Voluntary Disclosure è collocabile nel paradigma del rapporto opportunità/rischi (equivalente al G/R[13]) circa la convenienza (in senso allargato[14]) della scelta.

Il tutto, a meno che, in situazioni specifiche e personalizzate, vi siano -e ci sono- delle soluzioni tecniche perfettamente legali, per regolarizzare la propria posizione fiscale senza dover necessariamente ricorrere al totem della Voluntary Disclosure.

 

Voluntary Disclosure: I PRESUPPOSTI

I governi occidentali hanno sempre più bisogno di entrate per contribuire a gestioni comunque in deficit che vanno ad aumentare il debito pubblico. Notoriamente elevato è il passivo dell’Italia, al pari di altri stati europei di Giappone e Stati Uniti che annoverano debiti pubblici record.

In questa ricerca di entrate, i Governi, non essendo praticabile l’innalzamento nominale delle aliquote (come in Italia) oppure sconsigliabile per sfuggire dagli effetti della curva di Laffer, tendono a ricercare o recuperare basi imponibili migrate all’estero da sottoporre a tassazione.

 

 

Anche per questo, diffondendosi esponenzialmente il disvalore sociale dell’evasione fiscale con un’aurea di “politicamente corretto”, è stato creato un sistema di recupero a tassazione di patrimoni collocati in giurisdizioni fiscali particolarmente amichevoli

La Voluntary Disclosure è un istituto di ispirazione nord-americana[15] e l’Italia, al pari di altri Paesi occidentali, si è attenuta alle raccomandazioni Ocse di cui al capitolo 5°.

 

Voluntary Disclosure: IL CONTESTO “PERFETTO”

Lo scambio di informazioni fiscali tra le amministrazioni fiscali degli Stati, convincente ed efficace strumento di ravvedimento spontaneo sul quale la Voluntary Disclosure si vuole basare, trova un momento decisivo nei drammatici fatti dell’11 settembre 2001. Da qui una forte accelerazione sia dell’attività dell’organismo intergovernativo fondato due anni prima denominato Financial Action Task Force (FATF – ex GAFI)[16] sia da parte degli Stati Uniti che annientarono dopo soli 77 giorni un segreto bancario attraverso l’imposizione di un trattato di scambio di informazioni fiscali a quella che nell’opinione comune era considerata una delle più sicure fortezze bancarie e fiscali del mondo: Isole Cayman[17]. Il trattato consentiva all’ I.R.S. – Internal Revenue Service (l’omologa Agenzia delle entrate Usa) di esaminare i depositi di individui od organizzazioni sospette al fine di ottenere prove su transazioni od attività illegali[18] [19].

Se l’attentato alle torri gemelle dovesse costituire il momento iniziale di questa fase, in realtà il FATF – ex GAFI è stato fondato, come rilevato, nel 1989, al momento -ad esito di ulteriori organizzazioni internazionali istituite[20]– la situazione aggiornata relativa all’assistenza amministrativa ed allo scambio di informazioni fiscali di cui l’amministrazione fiscale italiana si è dotata è quella che segue.

1) Strumenti bilaterali per lo scambio di informazioni a richiesta

  • 1-a) scambio di informazioni (tra Paesi sottoscrittori di una convenzione contro le doppie imposizioni) sul modello di cui all’articolo 26, come aggiornato con le modifiche del 17/7/2012[21]: l’Italia ha sottoscritto 92 trattati contro le doppie imposizioni;
  • 1-b) accordo bilaterale sullo scambio di informazioni fiscali (elaborato in ambito Ocse e denominato “TIEA”[22]) per paesi privi di convenzione bilateale[23]: l’Italia ha sottoscritto 7 accordi di cui 4 in vigore (Guernsey, Gibilterra, Isola di Man, Jersey) e 3 in attesa di ratifica (Isole Cook, Cayman e Bermuda);
  • 1-c) convenzione multilaterale Ocse/Consiglio d’Europa sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale tra 84 giurisdizioni aderenti[24].

2) Scambio automatico di informazioni fiscali

  • 2-a) “FATCA”, su base negoziale, intergovernativo, promosso dagli Stati Uniti sin dal 2012, è in vigore dal 1° luglio scorso essendo stato sottoscritto e ratificato dall’Italia con la Legge 18/6/2015 n. 95; il primo scambio automatico dei dati 2014 avviene mediante il canale telematico della piattaforma SID entro il prossimo 31 agosto[25];
  • 2-b) “CRS – Common Reporting Standard”, deliberato il 17/1/2014 in seno ad Ocse e G20, nonché in collaborazione con l’Unione Europea, ed approvato al G20 di Brisbane gli scorsi 15 e 16 novembre 2014. È un sistema globale di interscambio di dati a cui hanno aderito 98 Paesi, tra i quali 58 “early adopters” (tra cui l’Italia) si sono impegnati a trasmettere sin dal 2017 i dati relativi all’anno 2016. Gli altri Paesi posticiperanno di un anno lo scambio. Fondamentalmente forniscono specifiche informazioni finanziarie relative ai non residenti.[26]

3) Accordi bilaterali di scambio su richiesta di informazioni “verosimilmente rilevanti[27]” ai fini della Voluntary Disclosure

Basati essenzialmente sul TIEA, tali accordi consentono ai contribuenti residenti in Italia di sanare le proprie posizioni senza che operi il raddoppio dei termini e l’accertamento presuntivo, oltre che a considerevoli vantaggi nell’applicazione delle sanzioni.

Presupposto dell’accordo è che i tre Paesi contraenti dell’Italia rinuncino al segreto bancario e collaborino la controparte italiana per fornire alla stessa informazioni basate sullo standard dell’art. 26 nel rispetto della “prevedibile rilevanza fiscale”:

– sia relativamente ad un singolo contribuente ma anche per richieste di gruppi di contribuenti o

– per gruppi di comportamento di soggetti (es. tutti i residenti fiscali italiani “che hanno prelevato le sostanze ed estinto il conto corrente senza regolarizzare”, oppure quelli “che sono rimasti inerti, una volta decorso il termine per aderire alla Voluntary Disclosure” od ancora “tutti i residenti fiscali italiani che, con l’obiettivo di sottrarsi alla Voluntary Disclosure, hanno trasferito o tentato di trasferire i propri beni in altre giurisdizioni”, od infine quelli “che abbiano fornito risposta negativa o si siano rifiutati di fornire risposta circa il loro assolvimento degli obblighi fiscali nel loro Stato”)

Tutti relativi a fatti e circostanze verificatisi dal 23/2/2015 in poi, posto che dal 2017 entrerà in vigore lo scambio automatico di informazioni fiscali da implementare con sistema CRS secondo la road map programmatica convenuta.

Svizzera, Liechtenstein e Principato di Monaco, per effetto dei predetti accordi, avranno un trattamento white list per la sola Voluntary Disclosure. Ciò vale a dire che permangono quindi nella black list italiana con la conseguenza che quel residente fiscale italiano che non volesse aderire alla regolarizzazione sarebbe soggetto, in caso di accertamento, sia al raddoppio dei termini per l’accertamento, alla presunzione legale di evasione da reddito pari alle somme detenute nonché il raddoppio delle sanzioni.

 

 

Il tutto segna con molta probabilità la fine di un’epoca caratterizzata dall’esportazione di ricchezza oltre confine con la garanzia di riservatezza che varie giurisdizioni di segreto bancario garantivano.

E ciò ha due conseguenze a carico dei risparmiatori ed investitori:

1° – immediata: annullamento e/o limitazione del valore. I patrimoni all’estero “non conformi” non sono liberamente e interamente di fatto disponibili: le banche, ad esempio, bloccano il conto o consentono dei prelievi di contanti mensili di importo economicamente irrilevante oppure le opere d’arte rischiano di non trovare spazio nelle gallerie d’arte (o ne subiscono deprezzamenti da stralcio per scontare la loro “irregolarità”) oppure di non trovare istituti di credito che accettino di procedere alle transazioni finanziarie in caso di vendita;

2° – differita nel tempo: le amministrazioni fiscali dei Paesi chiederanno conto ai propri residenti fiscali delle disponibilità detenute all’estero, e -nel caso nazionale- l’Agenzia delle Entrate italiana si attiverà (essendogli consentito il raddoppio dei termini per l’azione di accertamento) verso il contribuente in ordine a contestazioni circa:

  • il mancato adempimento del monitoraggio fiscale,
  • l’evasione delle imposte sui redditi derivanti dai patrimoni e attività finanziarie detenuti all’estero,
  • l’evasione delle patrimoniali sui patrimoni detenuti all’estero (“Ivie” e “Ivafe”),

ma soprattutto

  • l’evasione delle imposte personali sul reddito (ed, eventualmente, dell’Iva, Irap, Contributi) in quanto le somme detenute all’estero si presumono costituite mediante redditi sottratti a tassazione (cd. “nero”, detto in modo grezzo ma efficace) e relative sanzioni raddoppiate,

oltre che, quando ricorrano, la segnalazione alla Procura della Repubblica per reati tributari e di riciclaggio oltre che all’Unità di Informazione finanziaria.

E possono essere destinatari di tali attenzioni del fisco, si ribadisce, coloro che sono tenuti a considerarsi residenti fiscali italiani coloro che hanno, a prescindere dall’essere dotati dei cosiddetti “documenti”, un radicamento in Italia quale loro “centro vitale degli interessi”,

Chi non ha aderito agli scudi fiscali non credeva alla predetta prospettiva, evidentemente…

Nonostante l’estrema convenienza delle regolarizzazioni del 2002 e 2009-2010, molti scelsero di non aderire in quanto convinti che mai si sarebbe andati verso la trasparenza e la collaborazione fiscale continuando a rischiare sulla provenienza, su proventi e proventi nella dichiarazione dei redditi.

 

Voluntary disclosure O COLLABORAZIONE “SPINTANEA”?

Nel predetto divenuto scenario si introduce in Italia, come peraltro in diversi altri paesi[28], la Voluntary Disclosure: solo un efficace scambio di informazioni in materia fiscale consente di “proporre” convincenti strumenti per un ravvedimento spontaneo da parte di quei soggetti che si trovino in difformità alle leggi nazionali.

L’Agenzia delle entrate, diretta emanazione del Ministero dell’Economia, è in grado di monitorare ogni contribuente con riguardo alle sue ricchezze:

  • a) nazionali, per il tramite dell’anagrafe tributaria nella quale confluiscono i dati dell’anagrafe dei conti bancari, del catasto, delle assicurazioni, del p.r.a., delle utenze domestiche, delle banche dati “Serpico”, “Perseo”, “Monic” ed altre),
  • b) estere, per il tramite della collaborazione amministrativa tra stati, come evidenziato, per mezzo di collaborazione a richiesta che con scambi automatici.

È evidentemente un sistema verso la totale trasparenza, al quale un residente fiscale italiano non può sfuggire: il consiglio -sulla base della miglior interpretazione disponibile del contesto attuale prossimo venturo- è, per coloro che detengono attività finanziarie e/o investimenti all’estero all’oscuro del fisco, quello aderire spintaneamente alla voluntary disclosure, per:

  • mantenere quanto più alto il valore del suo investimento/attività finanziarie (anche se diminuito del costo stesso della collaborazione amministrativa),
  • mantenere la titolarità, mobilità e libertà del patrimonio ma anche per
  • scongiurare le ben peggiori conseguenze di un accertamento fiscale.

Per tali circostanze si dovrebbe qualificare la “voluntary” disclosure, piuttosto, una “compulsory” disclosure[29].

La Voluntary Disclosure è tutt’altro delle migliori procedure possibili: complessa, con calcoli complicati, onerosa[30] [31] ed ancora con parecchie incertezze applicative, oltre -al momento- formalmente mancante dell’approvazione di una norma (cd. “certezza del diritto”[32]) fondamentale per alcuni aspetti concernenti la pratica[33]. Ciononostrante è da valutare attentamente.

 

Voluntary Disclosure: I SOGGETTI INTERESSATI

Contrariamente a quanto si pensa, ed ai malcelati pregiudizi, chi detiene ricchezze all’estero non necessariamente è un evasore: sono stati rilevati motivi estranei all’evasione[34] per i quali le persone detengano od abbiano costruito patrimoni all’estero. Ed è, del resto, nota la “consapevole cautela” con la quale gli italiani seguono la gestione dei propri risparmi, come emerge da un’autorevole studio appena rilasciato.

Purtuttavia, anche i non evasori potrebbero aver commesso delle violazioni in ordine al cosiddetto “monitoraggio fiscale”, quell’adempimento sorto in cambio della libertà di trasferire denaro all’estero introdotta con la Riforma del diritto valutario del 1989, e che si concretizza con la compilazione del Quadro RW della dichiarazione annuale dei redditi, recentemente modificato e prevedendone altresì l’abolizione di draconiane sanzioni in caso di omessa od irregolare compilazione.

Ciò posto, sono ammessi alla procedura di Voluntary Disclosure i soggetti fiscalmente residenti in Italia tenuti alla compilazione del Quadro RW, ossia:

  • le persone fisiche,
  • le società semplici (agricole, professionali, finanziarie, di gestione e detenzione patrimoni) ed i soggetti ad esse equiparati (studi professionali)
  • gli enti non commerciali, compresi i trust residenti.

Devono considerarsi interessati alla procedura non solamente i formali titolari delle attività estere, ma anche coloro ne sono i titolari effettivi, ovvero il vero titolare.

Possono aderire alla Voluntary Disclosure, regolarizzando la posizione fiscale, anche gli eredi per attività all’estero già detenute dal defunto e per le quali furono commesse violazioni del Quadro RW.

Effetto “delazione”: una delle caratteristiche più antipatiche della Voluntary Disclosure prevista dalla legge italiana è quella di richiedere a colui che intende aderire alla procedura di indicare nella propria istanza anche i “soggetti collegati”[35] [36]:

  • alle attività finanziarie o patrimoniali estere oggetto di emersione (i cointestatari, per esempio),
  • che presentano un collegamento col richiedente in relazione ai redditi che formano oggetto di emersione (la società di cui il richiedente è/era socio, coinvolgendo anche gli altri soci, oltre alla società stessa).

 

Voluntary Disclosure: OGGETTO DI DISCLOSURE

Oggetto della procedura di regolarizzazione sono:

– le attività finanziarie, quelle patrimoniali e tutti gli investimenti costituiti o detenuti all’estero (anche indirettamente o per interposta persona) per i quali non sono stati assolti gli obblighi di comunicazione nel Quadro RW,

ovvero, tradotto:

  • attività finanziarie,
  • denaro contante,
  • immobili,
  • yacht,
  • opere d’arte ed oggetti di collezionismo: dal 2009 devono esplicitamente essere inseriti nel monitoraggio fiscale (Quadro RW),
  • preziosi,
  • i redditi connessi prodotti all’estero (interessi, plusvalenze, differenze positive) che sono stati sottratti a tassazione ma anche i redditi che servirono per costituire o acquistare tali investimenti e attività ed investimenti (il cd. “nero” italiano),

relativamente ai periodi ancora accertabili (tendenzialmente dal 2009/2010 al 2013, nei casi ordinari, ovvero dal 2004/2006 al 2013 in caso di raddoppio dei termini), riguardano le Imposte dirette, quelle sostitutive, Irap, Iva, Contributi, Ivie, Ivafe, oltre a residuali imposte quali quelle successioni e donazioni.

 

Voluntary Disclosure: I COSTI

A seconda dell’ampiezza:

  • degli anni interessati,
  • degli importi,
  • del Paese estero ove le attività finanziarie, patrimoniali ed investimenti sono detenuti,
  • della sussistenza di redditi che servirono per costituire o acquistare tali investimenti e attività ed investimenti (il cd. “nero” italiano),

il costo della Voluntary Disclosure può variare da meno del 10% al totale della somma, e forse più, detenuta all’estero, oltre al compenso del commercialista.

È “compresa” nel costo della Voluntary Disclosure, differentemente da regolarizzazioni e sanatorie passate, l’estensione della non punibilità per tutti i reati, anche quelli gravi come la dichiarazione fiscale fraudolenta od il riciclaggio relativamente a periodi d’imposta per i quali è decaduta l’azione per l’accertamento e, con l’approvazione del cosiddetto decreto legislativo sulla “certezza del diritto”, non v’è più il rischio di far estendere[37], con la propria autodenuncia, l’accertamento fiscale agli anni 2009, 2008, 2007 e 2006[38].

 

Voluntary Disclosure: LA PROCEDURA

Aldilà e prima ancora di quanto pretenderebbe la legge e l’Agenzia delle Entrate per portare a compimento la pratica, l’esercizio fondamentale consiste nel definire il perimetro prima economico poi legale e tributario[39] delle attività da regolarizzare e delle violazioni precedentemente commesse, e successivamente nell’elaborare tutt’altro che agevoli conteggi, ricostruzioni giuridiche e fattuali.

L’adesione alla procedura di Voluntary Disclosure comporta la dichiarazione in appositomodello:

  • di tutti le attività finanziarie, patrimoniali e gli investimenti all’estero, fornendo i relativi documenti e le informazioni per la determinazione dei redditi che servirono per costituirli o acquistarli (cd. “nero” italiano), nonché dei redditi dai loro smobilizzi;
  • dei documenti e informazioni per la determinazione degli eventuali maggiori imponibili da tassare, non connessi con le attività costituite o detenute all’estero.

Ovvero, occorre dichiarare tutti gli investimenti esteri, i redditi evasi in Italia per i periodi ancora accertabili, avendo prima precisamente ricostruito:

È di facile intuizione che trattasi di una procedura con grandi difficoltà di istruzione, di calcolo e infine accordo tra Agenzia delle entrate e contribuente.

 

Voluntary Disclosure: CONCLUSIONI

La scelta di aderire o meno alla Voluntary Disclosure, o valutare forme alternative e legali di regolarizzazione delle attività finanziarie, investimenti, arte e preziosi detenuti all’estero, potrebbe essere valutata attraverso la griglia di opportunità che segue.

1° MOTIVO DI OPPORTUNITÀ: la Voluntary Disclosure costituisce la strada obbligata per la propria tutela patrimoniale, purchè la sua utilità marginale superi il costo della regolarizzazione, ovvero quando

(patrimonio meno costo regolarizzazione) > valore (di scambio) di quel patrimonio “non conforme”.

Detto in altri termini: quanto sono disposto a pagare per regolarizzare, ma in realtà per poter essere il vero arbitro di quel patrimonio, potendolo spostare ove voglio (in qualsiasi Paese) e per quel che voglio (depositi disponibili, titoli, fondi, oro e preziosi, arte, immobili, altro) assicurandomi la libertà finanziaria che sta per essere bloccata (oltre che motivo di sanzioni)? Oppure, al contrario, quanto costa la indisponibilità di quel patrimonio, che secondo taluni sembra sia solo questione di tempo?

2° MOTIVO DI OPPORTUNITÀ: la Voluntary Disclosure rappresenta il percorso per evitare il molto probabile rischio di un pesantissimo accertamento fiscale,

3° MOTIVO DI OPPORTUNITÀ: la Voluntary Disclosure consente di escludere di doversi accollare il rischio Paese ove le attività sono mantenute (la Svizzera è attualmente black list, eccettuato che per la procedura di voluntary “agevolata”, ad esempio),

4° MOTIVO DI OPPORTUNITÀ: la Voluntary Disclosure assicura la copertura penale (per reati tributari e reati relativi alla normativa antiriciclaggio).

Si può intuire che la medicina, per quanto amara, può essere opportuna. Un’attenzione particolare deve essere dedicata ai possibili effetti collaterali, ma un bravo commercialista (figura di fatto obbligatoria) può calmierare tali effetti fino a quando sconsigliare la procedura.

Dall’estero, dalle sedi di private business, si manifestano tutti concordi sull’opinione che l’Italia ha preparato molto “bene” il terreno della Voluntary Disclosure, sia attraverso gli accordi con gli stati esteri, ma anche con il coinvolgimento dei commercialisti. Sono convinti su una grande adesione sia perché, ad oggi, sembra senza alternative (o “male minore”) e non solo per via dello scambio automatico delle informazioni fiscali dal 2016 ma anche a causa delle pressioni degli stessi istituti finanziari esteri, che ormai possono intrattenere rapporti con clienti compliant con la normativa fiscale nazionale.

La Voluntary Disclosure impone certamente la valutazione circa una scelta, forse obbligata se si considerano i mutamenti del quadro internazionale che, fra l’altro, renderanno le disponibilità mantenute occultate all’estero sempre più distanti e rischiose, con l’eventualità che la scelta di respingere l’offerta di regolarizzazione possa essere destinata ad allontanare gli interessati dai loro stessi patrimoni.

Dott. Gabriele Righetti

Seguimi su

 

[1] posto che non esiste la possibilità concreta di istruire e concludere le operazioni per tale data. Per non parlare poi della capacità operativa degli uffici provinciali di saper affrontare una tale massa di istanze perlopiù di elevata difficoltà.

[2] Split payment: procedura in vigore dal 1° gennaio 2015 in base alla quale gli enti pubblici versano direttamente all’erario l’iva che è stata addebitata dai loro fornitori (ai quali viene pagato il corrispettivo al netto dell’iva) e che pertanto rimangono creditori dell’iva a monte sopportata sugli acquisti. L’effetto certamente indesiderato è quello di farli divenire (loro malgrado) “finanziatori” dello Stato per la parte relativa alle forniture obbligandoli a presentare istanze di rimborso iva o compensazioni munite però di “visto fiscale”.

[3] Tax expenditures (oneri deducibili): ovvero la riduzione della possibilità di dedurre proprie spese sostenute, cui consegue l’effetto di una corrispondente elevazione della base imponibile che si traduce in un aumento della tassazione personale.

[4] In quanto, come intuibile, colui che ha trasferito propri risparmi già assoggettati a tassazione non ha evaso alcunchè ma “solo” gli eventuali redditi finanziari che quelle somme hanno nel tempo prodotto.

[5] Filmografia de “L’ultimo samurai”.

[6] Nell’assolvere alle funzioni di mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore, la moneta semplifica ed efficientizza il sistema degli scambi e l’allocazione delle risorse.

[7] Come scrive il premio Nobel Paul Samuelson, «la moneta, in quanto moneta e non in quanto merce, è voluta non per il suo valore intrinseco, ma per le cose che consente di acquistare.» (in Economia, Zanichelli Editore Bologna, 1983, pag. 255).

[8] che palesano quanto velocemente questi istituti stiano adattando la loro compliance, denominata “Weissgeldstrategie”, a seguito dell’inclusione da parte dell’organizzazione mondiale contro il riciclaggio di denaro dei reati tributari ovunque commessi. Ecco la ragione della loro richiesta ai clienti, pena il blocco dell’operatività, di documentare la regolarità fiscale delle attività presso quell’istituto, e che, conseguentemente, li obbliga a seriamente valutare la Voluntary Disclosure.

[9] Mancano diverse delucidazioni e dubbi degli operatori che né la Circ. n. 10/E del 13/3/2015 che la FAQ n. 27/E del 16/7/2015 dell’Agenzia delle Entrate hanno fornito.

[10] Aldilà delle notizie apparse sulla stampa tecnica negli ultimi giorni, già nel febbraio scorso veniva evidenziato che non poteva che essere prorogato per vari motivi tecnici.

[11] derivanti dalle entrate fiscali straordinarie derivanti dalle pratiche di rientro dei patrimoni situati all’estero, che vengono stimati in 150/200 miliardi di euro.

[12] per via delle imposte che verranno riscosse sui rendimenti dei patrimoni emersi.

[13] Gain/Risk.

[14] non tanto e non solo dalle somme per imposte e sanzioni da sborsare ma anche, per via di possibili effetti collaterali, delle implicazioni o meno sul soggetto o sui suoi soggetti “collegati” (vedi in seguito).

[15] il primo Paese che dal dicembre 2001 fino al 23/4/2002 la implementò nel proprio ordinamento furono proprio gli Stati Uniti: un’amnistia che permettesse di riconciliarsi col fisco evitando la penale del 20% sull’importo evaso. La definizione prevedeva il versamento delle le sole imposte dovute e gli interessi per ritardato pagamento e, obbligatoriamente, l’illustrazione -nel dettaglio- sia i sofisticati metodi finanziari utilizzati per mascherare i libri contabili che il nome del promoter che li aveva suggeriti e realizzati. Solo 52 imprese aderirono alla disclosure e svelare i propri trucchi all’Internal Revenue Service.

[16] Gli obiettivi del GAFI devono definire delle norme e promuovere l’effettiva attuazione delle misure giuridiche, regolamentari e operative per la lotta contro il riciclaggio di denaro, il finanziamento del terrorismo e altre minacce correlate per l’integrità del sistema finanziario internazionale. Il GAFI è quindi un “organo politico” che opera per generare la necessaria volontà politica per realizzare riforme legislative e normative nazionali in questi settori.

[17] Trattasi di un territorio britannico a tutti gli effetti ma che ha ricevuto un trattamento nettamente diverso dalla stessa Gran Bretagna o da altri territori, sempre britannici, quali Jersey, Guernsey e Sark, notoriamente paradisi fiscali.

[18] Secondo una stima dell’allora procuratore distrettuale di New York Robert Morris Morgenthau nelle 600 banche delle Isole Cayman v’erano depositati 800 miliardi di dollari, pari al doppio di quanto al tempo depositato negli istituti di credito newyorchesi.

[19] Alcuni ritennero che fosse tutta una strategia dei Paesi ad “alta tassazione” per colpire i redditi generati nei Paesi con una fiscalità bassa o nulla. Argomentarono l’assunto sul fatto che l’assenza di tassazione non ha nulla a che fare con le attività criminali, perlopiù si evidenziava che Bin Laden operava su banche di New York, Londra e Francoforte.

[20] “G20”, “Consiglio d’Europa” e “Global Forum on Transparency and Exhange of Information”, oltre all’Ocse.

[21] In base al quale la richiesta di informazioni non può essere respinta nel caso in cui dovesse violare il segreto bancario nazionale.

[22] model “Tax Information Exchange of Information”,

[23] Trattasi del modello sottoscritto in data 27/11/2001

[24] il cui ambito di applicazione consiste nello scambio di informazioni fiscali anche di gruppo, verifiche simultanee, partecipazioni a verifiche fiscali all’estero, riscossione di crediti tributari compresi provvedimenti cautelari, notifica dei documenti.

[25] Si prefigge di contrastare l’evasione fiscale internazionale realizzata da cittadini e residenti statunitensi attraverso conti intrattenuti presso istituzioni finanziarie italiane e da residenti italiani mediante conti presso istituzioni finanziarie statunitensi. Il primo invio, riguardante i dati 2014, deve avvenire entro il 31 agosto prossimo.

[26] Attingendo dalla banca dati presso l’amministrazione finanziaria, alimentata dai soggetti (banche, finanziarie, fiduciarie, Oicm, assicurazioni) di quello stesso paese, il sistema consentirà di trasmettere ogni informazione sia patrimoniale (saldi) che reddituale (capital gain, interessi, dividendi, ecc.) del soggetto non residente all’amministrazione fiscale di pertinenza di questo. Relativamente ai titolari dei conti, il sistema prevede un tipo di reportistica completo delle entità interposte o di quei contratti spesso utilizzati per eludere la titolarità (es. società intermediarie, trust, fondazioni, contratti ed interposizioni in genere).

[27] in intendendovi quelle è quello di farvi rientrare uno spettro di informazioni fiscali il più ampio possibile pur dovendosi rimanere esclusa la fishing expedition.

[28] Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Argentina.

[29] È stato osservato (Stefano Elli, “Il paradosso linguistico della voluntary disclosure”, Il Sole 24 Ore del 9/8/2014) che di “voluntary” c’è ben poco in quanto mancano, per effetto della terra bruciata che gli Stati hanno fatto mediante l’esercizio del “monopolio dell’esercizio legittimo della forza”, gli elementi soggettivi della confessione volontaria: la totale autonomia e libertà di arbitrio di rimpatriare i propri capitali.

[30] anche se, a dire il vero, in linea con le Voluntary Disclosure degli altri Paesi che l’hanno implementata da tempo nei loro sistemi a parte alcuni casi in cui i costi sono assolutamente esagerati (pari o più al valore delle attività detenute).

[31] In quanto, non trattandosi di condono né di scudo, vanno versate tutte le imposte evase nei periodi ancora accertabili tenendo conto del raddoppio dei termini per relativamente a quelle attività detenute in paesi black list, senza alcun meccanismo di forfettizzazione delle imposte ma con la riduzione consistente delle sole sanzioni.

[32] Un autorevole commentatore e pubblicista evidenziava che si dovrebbe parlare di “sicurezza del diritto” piuttosto che di “certezza del diritto” in quanto il diritto, per sua natura, è strutturalmente incerto.

[33] non è affatto ininfluente sapere quali anni siano prescritti e quali no ai fini dell’applicazione della Voluntary Disclosure.

[34] per lasciti, per maggiori rendimenti, per occultarlo a stessi familiari, per sfuggire ad illegittime pretese, per maggiore confidenza in altro sistema paese.

[35] Soggetti collegati sono coloro che rivestono una posizione rilevante ai fini del Quadro RW rispetto alle attività finanziarie, patrimoniali ed investimenti oggetto di emersione o che presentino un collegamento con il reddito sottratto ad imposizione.

[36] con l’ulteriore inconveniente che la formulazione della norma lascia intendere che i terzi denunciati dal contribuente non possano più accedere alla procedura.

[37] nel caso non sia stata omessa la presentazione della dichiarazione.

[38] ovvero, un contribuente che presenti un’istanza di Voluntary Disclosure dichiarando un’evasione nel 2008 non sarebbe punibile per quell’anno ma, eventualmente, solo per i redditi omessi dal 2010 in poi.

[39] Essendo fondamentale ricondurre le varie manifestazioni di reddito formatesi all’estero alle tipologie previste dal testo unico sulle imposte sui redditi italiano (se redditi di capitale, fondiari, di lavoro, diversi), come da classificazione che emergono dalla dichiarazione annuale dei redditi.

[40] Per consistenze medie fino a 2 milioni di euro di attività, derogando alla ordinaria determinazione analitica dei redditi oggetto di regolarizzazione, è possibile fare istanza affinchè l’Agenzia delle Entrate applichi una tassazione forfettaria sostitutiva del 27% sul convenzionale presunto rendimento del 5% annuale delle attività.

 

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Un nuovo provvedimento

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(clicca sul logo per aprire il file)

La Banca d’Italia ha pubblicato il proprio Provvedimento recante disposizioni attuative in materia di adeguata verifica della clientela, ai sensi dell’art. 7, comma 2, del D.Lgs. 231/2007 inquadrabile nella cd. Normativa “antiriciclaggio”.

 

L’antiriciclaggio (Premessa)

La normativa antiriciclaggio nasce nel 1991 con la Legge 197 per contrastare le organizzazioni di stampo malavitoso. Da allora innumerevoli sono stati i provvedimenti di legge e di prassi emanati, anche perché anche il legislatore comunitario ha finora emanato ben tre direttive (alle quali l’Italia si è “adeguata”) e una quarta è in gestazione.

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(clicca sull’immagine per ingrandire)

 

Ciò che ha contraddistinto il legislatore italiano, rispetto a quello comunitario, è stato l’aver dato valenza fiscale alle norme antiriciclaggio (diversamente dalla direttiva, tanto è vero che si parla di eccesso di legge) nonchè aver inaugurato la stagione di lotta al contante, sia con la previsione di un tetto all’utilizzo dello stesso negli scambi nell’ipotesi in cui uno dei contraenti non sia una banca (o altro intermediario abilitato) che con l’attribuire sempre più una connotazione di losco a coloro che utilizzano principalmente il denaro contante (o non hanno dimestichezza o non prediligono la moneta di plastica o gli altri strumenti bancari).

 

Dai precedenti post

Nota metodologica

La limitazione all’uso del contante nacque per contrastare il riciclaggio di denaro sporco con la Legge 197 del 1991 (a quel tempo fino a 20 milioni di lire). L’Unione Europea ha emanato varie direttive da allora ed oggi, in recepimento della III direttiva UE (2005/60/CE) sul riciclaggio, la relativa normativa in Italia è regolamentata dal Decreto Legislativo n. 231 del 2007 il quale stabilisce che pagamenti da una certa cifra in su (la cosiddetta “soglia”, 1.000 euro dal 6.12.2011) devono essere effettuati in modo “tracciabile”, ovvero ricostruibile attraverso istituti bancari, parabancari (carte di credito) o di Poste Italiane S.p.A. .

Sennonchè… con un autentico blitz parlamentare del ministro Vincenzo Visco, di soppiatto, all’Articolo 36 riguardante gli obblighi di registrazione degli “agenti antiriciclaggio” (intermediari finanziari, professionisti, revisori contabili,mediatori,commercianti ed artigiani in oro ed altri) è stato inserito, piccolo piccolo, un ultimo commino: “6. I dati e le informazioni registrate ai sensi delle norme di cui al presente Capo sono utilizzabili ai fini fiscali secondo le disposizioni vigenti.” Ciò in eccesso rispetto alla Direttiva UE, che non contempla tale possibilità e che non trova analogie con le normative antiriciclaggio degli altri paesi dell’Unione Europea.

Il risultato è che, oggi, si vuole utilizzare una norma antiriciclaggio a fini fiscali: del resto il basso livello di 1.000 euro non si presterebbe a contrastare nulla se non l’evasione di piccolo cabotaggio. Ed i problemi sono certamente altrove, a cominciare dal Parlamento (link + link).

In realtà, nata per contrastare il riciclaggio di denaro sporco, la normativa antiriciclaggio è utilizzata per l’accertamento dei redditi (con presunzioni non troppo da stato di diritto) ed anche utilizzata per combattere l’utilizzo -anche legittimo- di denaro contate; il che non va certamente a svantaggio delle banche ma non sta essendo in grado di limitare l’operatività delle organizzazioni criminali, che da anni muovono cifre folli addirittura nei circuiti bancari regolari. E ciò accade dopo 20 anni di vademecum e “decaloghi”. Si può parlare di successo?

 

La novità (Provvedimento Banca d’Italia del 3.4.2013)

La Banca d’Italia detta istruzioni di comportamento a banche (ed altri 15 destinatari, vedi pag. 5 del Provvedimento) ammonendole che la mancata osservanza è passibile di sanzioni.

Le disposizioni si applicano a decorrere dal 1° gennaio 2014 (pag. 35 delProvvedimento).

 

Tossicità legale delle banconote da 200 e 500 euro

Le banconote da 200 e 500 euro entrano ufficialmente negli strumenti “a rischio” di riciclaggio e finanziamento al terrorismo.

Costituisce, tra altri, “elementi per la valutazione del rischio di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo” (pag. 9 del Provvedimento) … l’effettuazione dell’operazione in contanti, quando non vi siano ragioni giustificative alla luce della natura e delle caratteristiche del cliente e anche in relazione all’utilizzo di banconote di taglio elevato (200 e 500 euro).” (punto 7 di pag. 12 del Provvedimento).

L’utilizzo di contante con banconote da 200 o 500 euro è sotto “osservazione” da parte degli intermediari finanziari (banche ed altri), in quanto costituisce, da solo, elemento di rilievo per la definizione del rischio (di riciclaggio e/o finanziamento del terrorismo).

 

Istituito un nuovo tetto per effettuare l’ adeguata verifica “rafforzata” alla clientela al cospetto di operazioni bancarie con contante superiore a 2.500 euro

Con dubbi di legittimità attiva, la Banca d’Italia ha istituito un nuovo tetto (il 4° relativo al contante): nel capitolo relativo agli “obblighi rafforzati”[1], specificamente nella “Sezione V. Operatività con banconote di grosso taglio” (pag. 27 del Provvedimento) e

in considerazione del fatto che:

– “l’utilizzo di banconote di grosso taglio (500 euro e 200 euro) presenta un maggiore rischio di riciclaggio e/o di finanziamento del terrorismo, in quanto agevola il trasferimento di importi elevati di contante rispetto alle banconote di taglio minore, favorendo le transazioni finanziarie non tracciabili.

– … il ricorso frequente e per importi significativi a banconote di grosso taglio espone il possessore a rischi di furto, smarrimento, deterioramento e quindi risulta oggettivamente disincentivato, soprattutto quando il possessore stesso disponga di modalità alternative di movimentazione finanziaria, più rapide e sicure (assegni, bonifici, carte di credito, di pagamento, ecc.). Tali considerazioni risultano ancora più pertinenti nel caso di clienti che presentano una movimentazione finanziaria rilevante per frequenza delle operazioni e/o per importo delle stesse, ad esempio in ragione dello svolgimento di attività imprenditoriali o professionali,”

dispone che

“… in presenza di operazioni di deposito, di prelievo, di pagamento o di qualsiasi altra operazione con utilizzo di banconote di grosso taglio (500 euro e 200 euro) per importi unitari superiori a 2.500 euro –indipendentemente dalla circostanza che l’operazione preveda, oltre tale importo, l’utilizzo di altri tagli– i destinatari (le banche, n.d.r.) devono effettuare specifici approfondimenti, anche con il cliente, al fine di verificare che le ragioni alla base di tale operatività, alla luce delle considerazioni sopra indicate, consentano di escludere la connessione delle stesse con fenomeni di riciclaggio.

In mancanza di ragionevoli motivazioni, i destinatari si astengono dall’effettuazione dell’operazione e/o dalla prosecuzione del rapporto continuativo già in essere e valutano se inviare una segnalazione di operazione sospetta.”

Ovvero, le operazioni bancarie oltre 2.500 (da 2.500,01 in sù[2]) fatta con una banca (di deposito, prelievo, pagamento o qualsiasi altra operazione) obbligano la banca ad indagare attivando le procedure di “adeguata verifica”.

Il rischio è che l’utilizzazione delle banconote di “grosso” calibro nonché operazioni per contanti con la banca mettano in difficoltà gli operatori (delle banche ma anche dei cittadini) per i dubbi applicativi ma anche che possano, come in passato, essere utilizzate come strumento di pressione per psicologicamente limitare la propria libertà patrimoniale.

La preoccupazione non è affatto infondata in quanto sono stati rilevati numerosissimi casi di pressione a non prelevare, assumendo a giustificazione un divieto a farlo e dei conseguenti obblighi a segnalare l’operazione alla Guardia di finanza. Tanto è vero che su questo blog, nel post “Denaro contante sempre più regolamentato” si affermava:

Alcuni recenti chiarimenti: prelievi e versamenti in banca senza tetto

A seguito di comportamenti di alcuni istituti di credito o singoli bancari che interpretavano la norma sulla soglia come una limitazione ai versamenti e prelievi allo sportello[3], da conti correnti o libretti di risparmio, è intervenuto il Ministero dell’economia e delle finanze con Circolare prot 989136 del 4.11.2011. Nella suddetta circolare il Ministero ribadisce che “le operazioni di prelievo e/o di versamento di denaro contante (ultra soglia, n.d.r.) richieste da un cliente non concretizzano automaticamente una violazione” della soglia di cui all’Art. 49 del D.Lgs. 231/2007. Ovvero: le banche non possono considerare automaticamente violata la limitazione del contante (un prelevamento / versamento di 1.100 ma anche di 5.000 euro ma anche di 10.000 euro, e così via). Ed in effetti, le norme contro il riciclaggio non hanno mai previsto, sin dalla prima versione contenuta nella Legge 197 del 1991, un divieto di operare su conti per qualsiasi cifra. L’unica prescrizione era/è quella di limitare i trasferimenti di denaro tra privati o tra privati e imprese od amministrazioni non bancarie entro la soglia.

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Il Ministero continua nell’affermare che la denuncia del cliente al Ministero dell’economia di cui all’Art. 51 del D.Lgs 231/2007debba essere effettuata dagli operatori bancari “solo qualoraconcreti elementi inducano a ritenere violata la disposizione normativa” della soglia, come ad esempio la richiesta di contante da parte di quel cliente che presenti fatture commerciali ultra soglia che intende saldare.

Tale disposizione non può essere condivisa in quanto la norma non dà alcuna facoltà di presunzione e la violazione non può che essere accertata e contestata solo dopo un eventuale accadimento di un trasferimento di contanti ultra soglia.

Purtroppo tale interpretazione giustificherebbe da un punto di vista psicologico, in questo apparente clima da “mors tua vita mea” piuttosto che reale condizione dei 4 capponi di Renzo quando si reca da Azzeccagarbugli, anche i comportamenti “cautelativi” di bancari apprensivi che effettuano numerose segnalazioni di clienti.

Tutto ciò ha indotto anche l’Associazione Bancaria Italiana ad affermare, con lettera circolare 11.1.2012 prot. ULG/000046, che “in altri termini non può opporsi diniego alle predette operazioni di versamento e di prelievo in contanti richieste dal cliente”. Ciò in quanto, come evidenziato, non concretizzano automaticamente una violazione. E purtuttavia devesi rilevare che nonostante la chiara interpretazione fornita dall’anzidetta circolare, le banche continuino in alcuni casi a mantenere un comportamento non conforme al documento di prassi, essendo frequente che il cliente sia tenuto a fornire una serie innumerevole di chiarimenti per completare l’operazione di prelevamento oltre la soglia di 1.000 euro.

Per concludere: sono liberi i versamenti o prelevamenti agli sportelli di banche e poste; vanno limitati a 999,99 euro i trasferimenti di denaro tra privati e tra privati e società o amministrazioni non bancarie.

Di fatto il limite ai prelevamenti è semplicemente l’entità delle somme sul conto, mentre per i versamenti nessuna barriera ovviamente vige.

 

Operazioni e rapporto bancario bloccato e liquidazione forzata

Le “istruzioni” (Sezione IX, pag. 20 del Provvedimento) prescrivono che nel caso in cui le banche (e gli altri destinatari del Provvedimento) non siano in grado, nonostante richiesta, di procedere alla “adeguata verifica”,

ovvero di

  • identificare il cliente e dell’esecutore (Sezione III, pag. 15 del Provvedimento);
  • identificare il titolare effettivo (Sezione IV, pag. 16 del Provvedimento);
  • verificare i dati del cliente, dell’esecutore e del titolare effettivo (Sezione V, pag. 16 delProvvedimento);
  • acquisire le informazioni sullo scopo e natura prevista del rapporto e operazioni occasionali (Sezione VI, pag. 18 del Provvedimento)

a) “non instaurano il rapporto continuativo ovvero non eseguono l’operazione”;

b) “pongono fine al rapporto (deposito, conto corrente ma anche gestione ed amministrazione titoli, ecc., ad esempio) o all’esecuzione dell’operazione” con riferimento ai rapporti continuativi in essere o per una operazione in corso di realizzazione. In tal caso liquidano quanto dagli stessi amministrato o detenuto (“fondi, strumenti e le altre disponibilità finanziarie di spettanza”) e sono semplicemente obbligati a bonificarlo ad altra banca indicata dal cliente, notiziata del caso valutando, altresì, se inviare una segnalazione per operazione sospetta.

La mancata “collaborazione” con la banca può comportare, quindi, la vendita forzosa dei propri investimenti e la restituzione in un altro conto di altra banca ovviamente individuata dal cliente.

 

Temibili effetti

Che le banche, aldilà delle doverose segnalazioni alle autorità (Ministero Economia e Finanze e Guardia di finanza) utilizzino questa norma a “fini propri” con pressioni sulla propria clientela.

Pur in assenza di alcuna legittimazione è purtroppo frequente, da parte delle banche, sconsigliare vivamente prelevamenti (mai per i versamenti! Come mai?) da 1.000 euro in su “pena la segnalazione antiriciclaggio”. A tal proposito il Ministero dell’Economia ha dovuto emanare la Circolare sopra riportata.

Ecco, ora che v’è una “legittimazione” (quella di cui al Provvedimento Banca d’Italia 3/4/2013) cosa succederà?

 

Riepilogo delle “soglie”

Relative all’uso del contante:

Relative all’obbligo di adeguata verifica da parte degli “agenti antiriciclaggio” (banche ed altri):

  • 15.000,00: operazioni anche occasionali di valore pari o superiore a 15.000 euro comportano l’obbligo di adeguata verifica della clientela da parte di banche, altri intermediari finanziari nonché di altri soggetti esercenti attività finanziaria od economica (notai, avvocati, commercialisti, ecc.), ai sensi dell’ Art. 15 del D.Lgs. 231/2007;
  • 2.500,00: operazioni bancarie di importi superiori a 2.500,00 (ovvero da 2.500,01 euro) che contengano denaro contante in banconote da 200 e/o 500 euro trovano una speciale adeguata verifica anticiriclaggio, ai sensi del Provvedimento recante Banca d’Italia del 3.4.2013.

 

Conclusione

Sempre di più le banche sono il diretto braccio (talvolta sgherri) nel monitoraggio che lo Stato pratica nella vita del cittadino, anche oltre le (legittime ma deludenti) finalità della normativa antiriciclaggio.

 

Peste bubbonica nella Bibbia di Toggenburg

(Peste bubbonica nella Bibbia di Toggenburg)

Dott. Gabriele Righetti

email: grighetti@righettiassociati.it

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Premessa

Come noto, ieri il Parlamento cipriota ha bocciato il piano suggerito da Ue e Fmi, che chiedeva un “innovativo” sistema di bonifica del sistema bancario locale: il prelievo forzoso su soldi dei depositanti.

Mentre la cancelliera Merkel dubita di riuscire a trovare un accordo per il salvataggio di Cipro e ciononostante ha oggi affermato “la necessità di trovare soluzioni appropriate e sostenibili” ed i rappresentanti della troika Ue-Fmi-Bce di stanza nella capitale cipriota continuano a tessere soluzioni per trovare un nuovo piano per il bailout dell’isola da sottoporre al Parlamento, le banche cipriote resteranno chiuse fino a martedì prossimo (per un totale di 10 giorni continuativi).

 

Ma come sarebbe…

Come sarebbe la vita in un Paese senza o con un limitato uso del contante, come ambiscono diverse forze politiche in Italia (col supporto delle banche)?

Proviamo a chiederlo, in uno di questi giorni, ai ciprioti per poi inviare la rassegna delle risposte ai fautori della guerra al contante, la “guerra di civiltà” che “combatterebbe” l’evasione fiscale[1], la mafia ed il malaffare.

 

E la vigilanza bancaria, coi superpoteri di cui dispone, come mai non è riuscita a controllare affinchè venisse praticata una prudenziale ed oculata gestione degli istituti di credito, snodo cruciale per qualsiasi paese?

 

Il Sole 24 Ore del 20.3.2013

Cipro 2013: vivere di solo bancomat, a Nicosia. In attesa che le banche riaprano

di Roberto Bongiorni

Crisi cipriota

Quattro-cinquecento euro. Possono essere tanti, e lo sono. Ma in tempi di normalità. Possono, invece, essere pochi, anzi pochissimi, se non si può contare su altre forme di pagamento e bisogna far andare avanti un’attività. E questo è il caso di Cipro. Qui, a Nicosia, i bancomat funzionano bene. Nessun problema. Nessuna fila. Un massimale di 400-500 euro, dipende dai casi, con tanto di ricevuta. Il governo ha dunque mantenuto la promessa di alimentare gli Atm. Ma la domanda che tutti si pongono è sempre la stessa. Le banche riapriranno davvero martedì, come annunciato?

Senza transazioni elettroniche un paese moderno andare avanti non può. È un problema gravissimo. Lo è per gli imprenditori, come Michael, 45 anni, titolare di un’impresa di import-export. «Dobbiamo convincere chi ci fornisce la merce che si tratta di una causa di forza maggiore, che il denaro arriverà», confessa. L’imprenditore è diffidente, non vuole rilasciare il suo cognome né dare dettagli sulla sua attività. È comunque un ostacolo quasi insormontabile per qualunque cipriota debba ricorrere a mezzi di pagamento elettronici per far andare avanti la sua attività, per acquistare una abitazione, o pagare un servizio costoso.

Cipro, 2013. Vivere senza banche. Con il terrore di vedere, se non scippati, decurtati i risparmi di tutta una vita. O, comunque, di non aver la libertà di azzerare il piccolo conto e portarsi a casa i risparmi di una vita, come confessano diversi abitanti di Nicosia. Perché, al di là delle promesse del parlamento – che ieri ha bocciato il prelievo forzoso sui conti correnti per ottenere il prestito da 10 miliardi dell’Unione europea – la gente non si fida delle parole dei politici.
Nel breve termine si può anche convivere, e poi?

Il caso si Lambros Masias, 32 anni, elettricista, è emblematico. Le carte di credito funzionano, ma in alcuni casi non accettano importi superiori a 100 euro. «Per recuperare il mio materiale, indispensabile per i lavori che mi hanno commissionato questa settimana, sono dovuto andare in sei posti diversi. E comunque non sono riuscito ad acquistare tutto ciò che mi serviva», spiega. Lambros ha un problema maggiore. Da poco sposato, insieme a sua moglie, dipendente nel settore pubblico – quindi una persona a Cipro molto fortunata considerando i benefit di cui godono – stava cercando una casa. Avevano trovato forse quella giusta. Ma ora come si fa per pagare?

«Ci sono persone che hanno già firmato il rogito e non possono pagare il secondo acconto», aggiunge. Il settore immobiliare versa dunque in uno stato di semi paralisi. Ma lo stesso vale per molte altre attività. Insomma andare avanti così non si può. Ma non si può nemmeno permettere che, una volta riaperte le banche si scateni un assalto alla diligenza con i correntisti, terrorizzati, che svuotano i loro depositi.

Intanto si avvicina la fine del mese. Quando molti dipendenti, pubblici e privati, dovranno ricevere lo stipendio. Il timore è che non sia versato. «Ma anche fosse, versato dove? Su un conto a cui non abbiamo accesso», si lamenta una donna che in questi giorni è decisa, come molti altri, a esaurire il massimale mensile dal suo bancomat. Senza contare i lavoratori, e non sono pochi, che qui a Cipro ricevono lo stipendio con un assegno: se la situazione non cambia come faranno a depositare l’assegno e riscuotere i soldi?

Le autorità cipriote stanno cercando un piano alternativo. Anche per arginare un probabile emorragia di capitali all’estero. Di quelli russi (che ammontano a più di un terzo di tutti i depositi complessivi dell’Isola). Ma anche quelli dei cittadini ciprioti. Il governatore della banca centrale cipriota, Panicos Demetriades avrebbe riferito ieri che, una volta riaperte le banche, potrebbero esser prelevati in pochi giorni 7,5 miliardi di euro, il 10% dei depositi bancari.

Un’emorragia che il già mal ridotto sistema bancario dell’ex Isola felice non può permettersi.

Nelle piccole stradine della città vecchia di Cipro il clima è sereno. I turisti siedono ai tavoli, ogni tanto attraversano il “muro” per visitare la parte turca della città tornando carichi di souvenir. Anziani ciprioti chiacchierano sotto gli alberi. Una vita tranquilla. «Ma se tutti si porteranno a casa i soldi – conclude Lambros – poi cosa accadrà. La nostra città sarà in balia del crimine. La tentazione è troppo forte».

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Approccia nell’ordinamento giuridico svizzero la “Weissgeldstrategie” (tradotto: strategia per il denaro pulito): un provvedimento che, sull’ipotesi realistica di accettazione “interna” ma anche a livello internazionale della piazza finanziaria, oltre che di conformità agli standards fiscali, limita l’uso del contante a 100.000 franchi (al cambio di oggi 81.500 euro circa) e prevede l’introduzione del penale tributario per la cosiddetta “truffa fiscale qualificata”[1] [2]. Ne dà notizia anche “Il Sole 24 Ore” di oggi.

Siamo ancora nella fase della “consultazione”, la procedura che gli elvetici si sono dati nel caso di leggi importanti, degli enti pubblici, partiti ed associazioni interessate. Dal 15 giugno 2013, la ministro delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf porterà in parlamento il progetto esito delle osservazioni raccolte.

 

Che differenza passa?

È una differenza di formazione legislativa: la lotta al “denaro sporco” (cosiddetto antiriciclaggio) svizzera, lodevole oltre che necessaria (di concorrenza e, soprattutto, di legalità) in ogni parte del mondo, -anche se ancora sottoforma di bozza- tiene conto dei limiti e delle esigenze dei cittadini (e la sostenibilità da parte degli stessi) ma soprattutto dell’accettazione da parte delle piazze nazionali che internazionali.

In Italia è stato fatto? Secondo voi, se un commercialista è tenuto (ovvero: “deve”[3]) denunciare il proprio cliente in caso di mancato versamento (anche quando proprio non riesce) di iva o di ritenute per importi superiori a 50.000 euro (ed il fisco ne è a conoscenza, in quanto discendono dalle liquidazioni contabili a lui conosciute), ciò è stato fatto?

 

…ma anche di approccio: le leggi svizzere di una certa rilevanza prevedono la “consultazione”.

In Italia, soprattutto negli ultimi dodici mesi, siamo stati suonati da Decreti Legge (che, come noto, gli estensori della nostra carta costituzionale hanno previsto per casi di necessità ed urgenza, vedi Art. 77 della Costituzione) che entravano in vigore… “ieri”!

 

…e di efficienza: lo stato ha tutti gli strumenti (leggi, mezzi materiali e d’indagine, uomini) per individuare (da solo, senza obbligare i cittadini -come fossero dei sudditi- di lavorare a gratis per lui). Perché caricare i cittadini di tali oneri? La burocrazia non è già sufficientemente inabilizzante?

 

…e di consumi e di sviluppo (o, più attuale, di mancata regressione) dell’economia: vogliamo parlare di (della parte della) diminuzione dei consumi dovuta esclusivamente da motivazioni psicologiche:

– la crisi come notizia in sé, per fare notizia;

– il can can mediatico di oltre un anno (strumentalizzato per fare vedere quanto sia “efficiente” la struttura dello stato che si occupa delle entrate[4]: Agenzia delle Entrate) relativo al redditometro?

 

…e di libertà: la limitazione all’uso del contante (e conseguentemente l’imposizione dall’alto della moneta elettronica alimenta il potere arbitrario e discrezionale delle elites politiche e finanziarie. Il costante consolidamento di questi poteri è da ritenersi estremamente pericoloso poiché sottende l’indotta accettazione di una società dalle caratteristiche distopiche dove l’uomo non è concepito come fine, bensì come mero mezzo.

 

Conclusione

Anche se la limitazione all’uso del contante fosse una misura per battere l’evasione (ma non lo è; è una sciocchezza), può bastare?

 

Dott. Gabriele Righetti

 

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Introduzione

Il battage scandalistico ha suggerito, questa volta, come anticipato lo scorso 11 gennaio, di analizzare l’argomento a bocce quanto più ferme, per comunque confermare le anticipazioni fornite.

 

Premessa

Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 3 del 4.1.2013, a due anni dall’adeguamento di legge ed a quattro rispetto l’inizio della sua operatività (anno 2009), il Ministero per l’economia ha emanato il D.M. 24/12/2012 relativo all’applicazione del nuovo redditometro elaborato dall’Agenzia delle entrate-pur in conflitto di interessi essendo parte in causa del procedimento di accertamento tributario-, con l’ausilio della società Sogei S.p.A. . Nel frattempo, in tutto questo periodo abbiamo vissuto nel suo baccanale.

Nel baccanale del redditometro è stata rivolta una eccessiva ed ingiustificata attenzione a questo metodo di accertamento fiscale o forse meglio una gigantesca aspettativa per i talebani del senso civico (o per quelli che si preoccupano dell’alimentazione dello Stato). Persone poco preparate e la stampa hanno contribuito, con la compiacenza dell’Agenzia delle entrate, ad una informazione propagandistica di pessima qualità tecnica (una per tutte: “Porta a Porta”) ma di grande impatto psicologico: ne è seguito un allarmismo ingiustificato che ha creato panico economico con effetti (ulteriormente) recessivi.

In questo post verrà dimostrato, come preannunciato in via generale quasi un anno fa ma anche recentemente, che il nuovo redditometro rappresenta il gigantesco iceberg ove il Titanic del fisco si fracasserà.

 

La legge

Il criterio appropriato di avvicinamento alla tema è quello di analizzare la legge. Prima con un breve flash-back per comprendere al meglio il passaggio, l’evoluzione, l’ “adeguamento” alla normativa vigente.

 

Normativa in vigore fino al 2008: v’erano 3 metodologie (sulla base, ovviamente dell’Art. 38 del D.P.R. 600/73 allora vigente) di “accertamento sintetico”.

1° – SINTETICO PURO sulla base di “elementi e circostanze di fatto certe” (di fatto le spese).

L’assunto è: “hai speso? Allora hai guadagnato!”

2° – REDDITOMETRO, si basa sul principio di disponibilità del bene, per cui con moltiplicatori si individua la capacità di reddito per mantenere quei beni[1]. I Beni e coefficienti relativi di determinazione del reddito sono stati individuati nel D.M. 10.9.1992 (periodicamente aggiornato su base Istat).

3° – INCREMENTI PATRIMONIALI: se un soggetto sostiene una spesa che aumenta il suo patrimonio significa che ha guadagnato (nell’anno di sostenimento e nei quattro precedenti).

I tre metodi si possono sommare, anche se l’Agenzia delle entrate affermò, con Circ. 28/E del 21.6.2011, che sono strumenti alternativi[2].

 

Normativa in vigore dal 2009: il D.L. 78/2010 modifica la normativa per cui si ha:

1° – SINTETICO PURO (Art. 38, comma 4, DPR 600/73) sulla base di “sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel … periodo d’imposta” per via del seguente nesso: la spesa (qualsiasi spesa pagata, sia correnti che quelle per investimenti) deve essere supportata da un reddito (di qualsiasi genere).

La norma è stata scritta dall’Agenzia delle Entrate (alla quale, come noto, da diverso tempo la politica ha delegato la materia fiscale), ovvero da una dei due contendenti del rapporto tributario che scrive di fatto i provvedimenti (quando sono di competenza della politica) e di diritto (quando l’Agenzia è delegata ad emettere atti sub-normativi sotto il nome di “Provvedimenti Direttoriali”). L’Agenzia delle entrate reperisce entrate e fa leggi! Un tempo, almeno, le scriveva l’ufficio legislativo del Ministero delle finanze (oltre, sembrerebbe, la Confindustria ed la CGIL).[3]

2° – REDDITOMETRO (Art. 38, comma 5, DPR 600/73) col quale “la determinazione sintetica può altresì essere fondata sul contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva mediante l’analisi di campioni significativi di contribuenti….”.

 

L’applicazione della legge

Alla vigilia di Natale, con D.M. 24/12/2012 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 3 del 4.1.2013), il Ministro tecnico Grilli ha emanato il “contenuto induttivo degli elementi indicativi di capacità contributiva sulla base dei quali può essere fondata la determinazione sintetica del reddito”.

È un provvedimento che serve a dare applicazione al “redditometro” (il secondo strumento per l’accertamento sintetico) ma… in realtà finisce per trattare di tutto e di più, nel senso che deborda gli ambiti della legge, addirittura istituendo una nuova categoria di presunzione di reddito: “la quota di risparmio”. Della validità di queste previsioni debordanti sarà la giurisprudenza, dopo aver provocato diversi feriti, a valutare se un atto legislativo di tipo secondario (Decreto Ministeriale) possa andare oltre il dettato del primo, per levatura, strumento di legiferazione: la Legge.

 

Ancora qualche specificazione di cornice prima di addentrarsi al contenuto del Decreto di applicazione del redditometro: come precedentemente evidenziato, l’Agenzia delle entrate, con Circ. 28/E del 21.6.2011, affermò l’alternatività dei metodi (in questo caso sintetico puro / redditometro).

Però, che qualcosa nella volontà applicativa da parte dell’Agenzia delle entrate stesse cambiando lo si può notare in occasione del comico autoerogeno strumento di misurazione della congruità del proprio reddito denominato “Redditest”.

Infatti, nella slide n. 6 vi sono elementi discordanti alla precedente interpretazione sia per quanto riguarda l’alternatività, ma anche concernemente i capitoli di rilevamento degli elementi per la ricostruzione del reddito. Infatti, il metodo di ricostruzione del reddito non si basa più su presunzioni originate dall’applicazione di coefficienti, ma su:

• spese risultanti da dati disponibili o da informazioni presenti in Anagrafe Tributaria;

• spese basate su elementi certi (potenza delle auto, lunghezza delle barche, etc.) cui viene applicato un valore rilevato dall’Istat o da analisi degli operatori economici del settore;

• spese medie di tipo corrente (alimenti, abbigliamento, calzature etc.), risultanti dall’indagine annuale Istat sui consumi delle famiglie;

• incrementi patrimoniali dell’anno;

• risparmio dell’anno.

Slide 6 Redditest - 20-11-2012(clicca sull’immagine per ingrandire)

Il risultato? L’accertamento sintetico del futuro sarà formulato da parte dell’Agenzia delle entrate in un unico recipiente ove conferire tutti gli ingredienti che ritiene di utilizzare.

 

Il D.M. 24.12.2012 prevede infatti i seguenti tipi di spesa quali elementi indicatori reddito ai fini del redditometro (Art. 38, comma 5, D.P.R. 600/73):

  • spesa sostenuta dal contribuente per l’acquisizione di servizi e di beni e per il relativo funzionamento (Art. 1, comma 2);
  • spesa induttiva media, per gruppi e categorie di consumi di cui alla Tabella “A”, elaborata dall’Istat effettuata su campioni significativi di contribuenti[4], ove si afferma si sia tenuto conto del territorio e famiglia, oltre che studi socio-economici[5] e di settore (Art. 1, comma 3);
  • spesa induttiva media di consumi ulteriori a quelli previsti dalla Tabella “A”risultante da studi socio-economici[6], anche di settore (Art. 1, comma 4);

Preavvertenza generale: se la spesa personale sostenuta fosse inferiore a quella Istat… il fisco vuole assumere quella Istat[7].

 

La Tabella A del D.M. 24/12/2012 contiene elementi i precedenti elementi indicatori di capacità contributiva che suddivide in 2 macro spese:

a) spese per consumi,

b) spese per investimenti.

 

a) le spese per consumi sono elencate nello schema di cui alla Tabella “A” allegata aldecreto riassunte in 56 voci, delle quali:

  • per 30 delle 56 si assume la spesa effettiva del cittadino (che risulta dalle banche dati del fisco)[8], mentre
  • per le restanti 26 (delle 56)[9] il fisco assume come minimo la spesa media elaborata dall’Istat ancorchè la spesa del cittadino sia inferiore, ed a meno che quest’ultimo abbia effettuato spese maggiori rispetto a quanto elaborato dall’Istat.

Inoltre le spese Istat si applicano al contribuente solo se il contribuente abbia sostenuto quel tipo di spesa: se non ho animali domestici, ad esempio, non viene applicata la spesa presunta statisticamente.

Infine la voce “pasti e consumazioni fuori casa” così come “fitti figurativi”, applicandosi sempre e comunque con la sola possibilità di quantificazione statistica (e non, quindi, di essere confrontata con la spesa effettuata) comporta che la Tabella A del D.M. 24/12/2012 contenuta nel decreto sia contraria al decreto D.M. 24/12/2012 stesso (sarebbe come dire che la mano destra non sa quel che fa la sinistra).

Tabella A-1

(clicca sull’immagine elaborata da “Il Sole 24 Ore” per ingrandire)

Tabella A-2

(clicca sull’immagine elaborata da “Il Sole 24 Ore” per ingrandire)

Relativamente alle spese Istat si pongono i seri problemi di equità già indicati da Trilussa ne “La Statistica”, innanzitutto, oltre di difficile “gestione” della relazione con l’Agenzia delle entrate. Si pensi, ad esempio, alla “prova diabolica” cui il contribuente si trovi a non poter fornire per via delle (mancate) spese di ristorante allorchè mangi in mensa durante la sua vita lavorativa, oppure a spese di parrucchiere, ristoranti, viaggi, od in generale ad un tenore di vita particolare (dal quale scaturisca un livello di spese inferiore a quello della media).

Oltre a tutto ciò, il D.M. 24.12.2012 prevede all’Art. 1, comma 6, primo alinea che resti ferma la facoltà per l’Agenzia delle Entrate di utilizzare elementi di capacità contributiva, anche diversi da quelli finora esposti, qualora questi “siano disponibili”.

 

b) le spese per investimenti[10] sono elencate nello schema di cui alla Tabella “A”allegata al decreto riassunte in spese per investimenti (netti[11]), ovvero nettizzate da eventuali mutui, disinvestimenti, ecc. [12].

Veicoli e investimenti

(clicca sull’immagine elaborata da “Il Sole 24 Ore” per ingrandire)

 

c) la quota di risparmio: elemento inaspettato (e illegittimo giuridicamente in quanto eccedente l’alveo della legge) immesso dal Ministro Grilli (da Grilli, siamo sicuri che negli effetti sia stato lui?) è stato quello di inserire quest’ulteriore elemento indicativo di reddito.

Il computo di questo reddito presunto è molto facile da effettuare: prelevando i dati dall’anagrafe nazionale dei conti bancari che sarà operativa (dopo aver superato gli ostacoli del Presidente in scadenza e non prorogato Pizzetti dell’Authority per la privacy) dal prossimo 1° marzo 2013 si confrontano le consistenze bancarie finali del 31 dicembre e quelle iniziali del 1° gennaio dello stesso anno.

 

Il nostro approccio al redditometro

Il nostro approccio sull’argomento “redditometro” si basa sull’analisi degli suoi

A) aspetti giuridici,

B) aspetti procedimentali,

C) aspetti di meritevolezza / opportunità.

 

A) Aspetti giuridici del redditometro

Il Vice-direttore dell’Agenzia delle entrate ha recentemente fra l’altro affermato che:

  • il redditometro contiene in sé l’inversione dell’onere della prova, ma «ma con possibilità per il contribuente di fornire la più ampia prova contraria».
  • «anche in presenza di una presunzione relativa -come per altro prevede la norma- la prova andrà fornita dal contribuente su dati effettivi, su spese che l’amministrazione finanziaria in molti casi già conosce e su redditi che sono stati dichiarati dallo stesso contribuente».
  • sulla massima flessibilità per il contribuente di poter fornire le prove delle spese sostenute, «con il nuovo redditometro non c’è alcuna previsione di un limite temporale (attualmente è di 4 anni precedenti) necessario per comprovare che i risparmi sono risalenti nel tempo»[13].
  • è l’evasione spudorata che vogliamo contrastare», aggiunge Di Capua, ricordando «che non è scandaloso il redditometro ma sono uno scandalo i 120 miliardi di evasione all’anno».
  • «Con il nuovo strumento si misurerà solo la corrispondenza tra reddito dichiarato e entità della spesa, o «reddito consumato» e dove «a differenza del passato non c’è più una proiezione di stime del reddito fondate sul solo possesso di un bene (il cavallo ad esempio), ma sarà data evidenza alle spese sostenute che saranno messe in relazione al reddito dichiarato».[14]

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(clicca sull’immagine per attivare l’articolo de Il Sole 24 Ore)

Il fatto di individuare di che tipo di presunzione[15] sia dotato il redditometro è fondamentale per individuare su chi (contribuente o fisco) ricada l’onere di provare la propria tesi a proprio vantaggio (ed, ovviamente, a svantaggio dell’altra parte):

  • se presunzione legale (relativa): l’onere della prova ricade sul contribuente che dovrà giustificare e provare il suo legittimo comportamento tributario;
  • se presunzione semplice: l’onere della prova ricade sull’Agenzia delle entrate che dovrà corroborare con elementi di gravità, precisione e concordanza le proprie tesi antievasione a carico del contribuente.

È, ovvero, un “mondo” di differenza, in quanto dall’una (presunzione legale) all’altra configurazione (presunzione semplice) dipendono conseguenze fondamentali, circa i poteri e doveri dell’Agenzia delle entrate e dei giudici nonché relativamente al tipo di strategia e difesa del contribuente.

 

Una delle questioni principali, quindi, si basa tutto sul tipo di presunzione di cui il redditometro è dotato: dove si colloca? Legale o semplice?

 

La presunzione del redditometro non può che essere “semplice” (come regolamentata dall’Art. 2729 del codice civile) per i motivi che seguono.

1° – Nella lettera della disposizione non v’è nulla che possa far interpretare la presunzione come legale. Come noto, ai sensi dell’Art. 2728 codice civile, le presunzioni legali soggiacciono all’Art. 2697 del codice civile (“onere della prova”) il quale dispone che “chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento” e le presunzioni legali, che invertono questa regola, in quanto eccezione, devono espressamente essere fissate dal legislatore prevedendo che un elemento X (“fatto noto”) determini Y (“fatto ignorato”).

Nel caso specifico del redditometro, nella versione della scorsa vigilia di natale, la necessaria personalizzazione delle spese medie Istat e gli incrementi patrimoniali non costituiscono il “fatto noto” da cui si parte (in quanto le stesse devono essere calate al caso specifico del contribuente) al quale presumere il “fatto ignorato” (il reddito presunto).

2° – La lettera della legge (Art. 38, comma 5, D.P.R. 600/73) prevede che “la determinazione sintetica (del reddito, n.d.r.) può essere altresì fondata sul contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva (spese e investimenti, n.d.r.)individuato con decreto del Ministero dell’Economia… . In tale caso è fatta salva per il contribuente la prova contraria di cui al quarto comma[16]. Il vice-direttore dell’Agenzia delle Entrate supporta la tesi della presunzione legale poiché la norma parla di «prova contraria» a carico del contribuente. Va rilevato che per le presunzioni legali la prova contraria va fornita in relazione all’elemento presunto, che nel caso del redditometro sarebbe il reddito. Invece, il 4° comma si rivolge ad una prova contraria con riferimento alle spese e non al reddito. Da qui la conclusione che anche sotto un profilo letterale non si è in presenza di presunzione legale relativa.

3° – Molti redditi, come quelli d’impresa, che non identificano la effettiva capacità di spesa, devono essere adeguati a quest’ultima (come indicato al § 8.1, a pagina 29, dellaCirc. A.d.E. n. 25/e del 19.6.2012) per individuare il cd. “reddito reale finanziario”. Vale a dire che ci sono molti valori del redditometro che devono essere adeguati e rapportati alla specifica situazione del contribuente.

4° – La Corte Costituzionale, giudicando sull’Art. 53 della Costituzione, ha bocciato più volte le presunzioni legali, che casomai possono costituire un’eccezione.

5° – l’onere della prova può trovare inversione solo in presenza di illazioni ragionevolmente certe. Tali non sono certamente i calcoli, standard e generalizzati, sottesi al redditometro: basi di partenza molto valide per ragionamenti induttivi, ma da adeguare caso per caso.

6° – l’Agenzia delle entrate è, nel merito, autore del provvedimento e parte in causa del contraddittorio: non sarebbe corretto munirla di un potere che pressoché vanificherebbe ogni argomentazione contraria da parte del contribuente. Infine, il redditometro, nei fatti, lo ha predisposto l’Agenzia delle Entrate. È semplicemente impossibile pensare che una parte del rapporto tributario possa fabbricarsi da sola lo strumento per invertire l’onere della prova: sarebbe come dire che il Pubblico Ministero con un suo decreto può stabilire quando gli imputati sono colpevoli se non si dimostrano innocenti.
Una tale soluzione sarebbe contraria a principi di civiltà elementare ed è stata affermata a chiare lettere dalla Cassazione con sentenza 23554 lo scorso 20.12.2012 di cui al successivo punto.

7° – La Cassazione, con sentenza 23554 dello scorso 20.12.2012 afferma che il redditometro “già nelle versione anteriore” a quella modificata nel 2010 è presunzione semplice. Il massimo ente giudicante stabilisce che non si realizza alcuna inversione dell’onere della prova ed è l’Agenzia delle entrate che deve personalizzare i dati del redditometro alla situazione del contribuente. Ciò implica che se il funzionario del fisco non procede in tali termini l’accertamento è nullo.

In sostanza, il redditometro deve essere considerato alla stessa stregua degli studi di settore.

8° – Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Sentenze nn. 26.635/09, 26.636/09,26.637/09 e 26.638/09) che ricalcano quanto emerso nella Relazione del Massimario della corte di Cassazione n. 94/2009, citata nella nota[17] a proposito di accertamenti standardizzati parametrici e studi di settore) stabilirono due anni fa circa, analizzando 20 anni di dottrina e pronunce giurisprudenziali, che una presunzione legale non può fondarsi su dati standard e che su di essi si possono fondare solo presunzioni semplici, da concretizzarsi in contraddittorio con il contribuente. Ponendo la parola fine al dibattito, sentenziò che l’accertamento non può fondarsi sul solo scostamento tra quanto dichiarato e i livelli statistici previsti in via generalizzata. Per essere valido, l’accertamento fiscale deve essere supportato da elementi ulteriori che emergono in occasione del contraddittorio col contribuente. Ma non solo: posto che la fase del contraddittorio deve essere effettiva, le memorie e deduzioni del contribuente (o del suo consulente) devono essere vagliate dal funzionario dell’Agenzia delle entrate e, se non accolte, devono trovare una specifica replica nell’avviso di accertamento (in assenza della quale l’avviso di accertamento è nullo per difetto di motivazione e prova).

Tutto ciò è necessario per la validità dell’accertamento o, in altre parole, senza tutto ciò l’accertamento è nullo e non può esplicare effetti sul contribuente.

La Cassazione, infatti, afferma che gli accertamenti su base statistica non costituiscono un fatto noto e certo capace di rivelare con rilevante probabilità il presunto reddito del contribuente, ma solo una estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali elaborati sulla base dell’analisi delle dichiarazioni di un campione di contribuenti.

Come conseguenza, gli stessi sono inidonei a supportare l’accertamento, ove contestati sulla base di allegazioni specifiche, se non confortati da elementi concreti desunti dalla realtà economica dell’impresa[18].

La guerra degli Studi di settore persa dall’Agenzia delle entrate

Un ulteriore esempio di netta soccombenza in Commissione Tributaria a discapito dell’Agenzia delle entrate, citata per non aver rispettato il giusto procedimento lo puoi trovare QUI.

Ricomincia, quindi, dopo quella degli Studi di Settore che ha visto in dieci anni perdere sonoramente l’Agenzia delle entrate, una nuova guerra che segnerà un nuovo smacco per il fisco?

 

 

B) aspetti procedimentali

Analisi del contribuente

Il contribuente posto sotto osservazione dall’Agenzia delle entrate viene analizzato secondo il seguente SCHEMA:

  • per 30 voci di spesa della Tabella “A” si applicano le spese “vive” già a conoscenza dall’Agenzia;
  • spese diverse da quelle della Tabella “A” sono assunte, anche in questo caso, per il valore di spesa effettivamente sostenuto;
  • le 26 voci di spesa basate su valore Istat possono entrare in gioco solo quando il fisco sa che ho effettivamente sostenuto quel tipo di spesa: se infatti non posseggo animali non può essere applicata tale tipo di spesa. Detto ciò, se applicabile tale tipo di spesa, occorre confrontare il valore Istat con le spese effettivamente sostenute; se il valore Istat è più alto, si prende questo.
  • se il valore Istat è maggiore delle mie spese sostenute risulterà arduo dimostrare che la minore spesa è quella accaduta e veritiera: il funzionario del fisco affermerà, quantomeno, che non gli sono stati prodotti tutti gli scontrini e ricevute[19] [20];
  • i valori figurativi si applicano in ogni caso per “pasti e consumazioni fuori casa”[21] ed i “fitti figurativi”[22], in spregio però del principio di capacità contributiva previsto dall’Art. 53 della Costituzione. relativamente al pagamento delle imposte sui redditi (il valore figurativo non è un reddito: applicandovi delle imposte, un soggetto viene tassato su redditi inesistenti e quindi non sulla propria capacità contributiva);
  • si sommano gli investimenti (al netto dei disinvestimenti);
  • infine si sommano i risparmi…

 

Applicazione delle regole del redditometro

I moltissimi valori del redditometro devono essere adeguati:

  • ai familiari a carico imputati al contribuente (se hanno una capacità reddituale viene attribuita anche questa, oltre alle spese);
  • per spese medie Istat e spese sostenute per vacanze: una famiglia del nord-est, composta di due genitori e due figli, ha una spesa di 6.200 euro. Se una famiglia non va in vacanza perché attribuirgli questa spesa che fa presumere un reddito?
  • gli incrementi patrimoniali, in quanto non possono essere prodotti col reddito di un anno solo, sulla base dei “vecchi” quinti. Ma ciò nella legge non c’è più: perché allora non in 3 o 7 anni?
  • per gli imprenditori ed i lavoratori autonomi che hanno un reddito fiscale che non corrisponde mai a quanto possono veramente spendere (il cd. “reddito finanziario disponibile”): queste categorie reddituali pagano imposte maggiori rispetto alle spese (la legge non consente di dedurre tutto ciò che si paga, anche se inerente all’attività svolta).

Si ribadisce che tutta questa attività di adeguamento alla posizione giuridica del contribuente non rende le elaborazioni del fisco (Tabella A del D.M. 24.12.2012) un “fatto noto” stabilito dalla legge per individuare un “fatto ipotizzato” (il reddito del contribuente).

 

Le FASI dell’accertamento redditometrico consistono in:

fase 1): convocazione del contribuente;

fase 2): contraddittorio; il contribuente dà motivazione dei propri movimenti;

fase 3): l’Agenzia delle entrate propone un accordo sulla base dei suoi calcoli, che può non essere accettato;

fase 4): in caso di mancato accordo, il fisco deve personalizzare l’accertamento sul contribuente tralasciando i dati Istat (perché questi non sono “i fatti noti stabiliti dalla legge”) e, come stabilito dalla Cassazione 23554 del 20.12.2012, è tenuto a provare sulla base di presunzioni gravi, precise[23] e concordanti;

fase 5): l’Ufficio Provinciale dell’Agenzia delle entrate emana il verbale di accertamento;

fase 6): il contribuente promuove il processo tributario.

 

La successione delle fasi fa intuire che il contribuente ha la facoltà di conoscere, prima, e contestare, poi, anche i criteri di calcolo utilizzati.

Sia per il “vecchio” accertamento sintetico basato sulle spese che per il “nuovo” accertamento sintetico basato sulle spese ed il redditometro quindi l’Agenzia delle entrate deve operare con le presunzioni semplici: il contribuente può essere convocato a giustificare il suo tenore di vita rispetto ai redditi dichiarati, ma è il fisco che deve confezionare un accertamento dotato di presunzioni gravi, precise e concordanti che non possono trovare fondamento, oltre che sulle spese conosciute per via dei dati immagazzinati nelle banche dati, nelle sole elaborazioni statistiche.

In caso di mancato accordo in sede di contraddittorio, il fisco che emette il successivo atto di accertamento ha l’onere di provare che i risultati della rettifica tengono conto della necessaria personalizzazione al caso specifico e che i redditi possono essere ritenuti attribuibili al contribuente. Solo una volta dimostrato ciò, l’onere di prova si sposterà sul contribuente.

Nel processo tributario, infine, il giudice ha il potere e il dovere, a fronte di specifiche contestazioni sul punto, di acquisire i dati utilizzati per il calcolo e i criteri, eventualmente disponendo una consulenza tecnica d’ufficio. Non si vede come il giudice potrebbe essere convinto da un meccanismo contestato, ma non accertato nel suo funzionamento.

 

Gli aspetti procedimentali del redditometro necessitano di una valida strategia ante e durante la fase di contraddittorio che non può essere lasciata al caso od all’imminenza dell’incontro. È consigliata l’assistenza di persone qualificate (commercialisti).

L’essenza dell’assunto è dimostrata dal seguente esempio di revoca di provvedimento di accertamento già emesso ed addirittura pendente nel processo tributario

Annullamento di Accertamento Sintetico

(clicca sull’immagine per ingrandire)

a riprova del fatto che è fondamentale che il contribuente sappia far valere, in tutto il procedimento (dal contraddittorio al contenzioso tributario), le proprie ragioni al cospetto dell’Agenzia delle entrate e pretendere senza sudditanza che anche questa rispetti, al pari del contribuente, le norme senza alcuna lacuna formale.

 

 

C) aspetti di meritevolezza / opportunità.

Occorre segnalare che, eccettuati coloro che potrebbero destare l’attenzione del fisco per fatti straordinari[24], la percentuale di probabilità di cadere sotto controllo del fisco ammonta allo 0,1% scarso (35 mila controlli annuali su 40 milioni di dichiarazioni dei redditi) dei contribuenti.

A chi ha paura, a chi vive male dei propri risparmi, a chi si angustia e quindi non spende anche se vorrebbe e/o potrebbe trascinando l’economia in questo spasmo… un invito a ripensare alle proprie modalità.

 

Leggende metropolitane

In quest’ultimo periodo sono apparse sulla stampa tante leggende, giusto per ridere un po’…

  • “I pensionati non verranno toccati”! Ed un pensionato che fa un’attività in nero anche?
  • “La franchigia è di 12.000 euro”. Ma se viene dichiarato 10.000 e viene speso 21.500 va tutto bene? Viene data la patente di evadere?
  • “Il redditest come spia del redditometro!” Ma come è possibile che può essere anonimo e fa dei calcoli sulla base dei dati che inserisce il contribuene?
  • “Gli incrementi patrimoniali vengono suddivisi in 5 anni”. Perché 5 e non 7 oppure 3 anni?

 

Stupidaggini metropolitane

Non solo frasi simpatiche, ma anche inesattezze fastidiose…

  • “adeguamento preventivo ai risultati del redditometro”: com’è possibile adeguare la propria dichiarazione su dati (valorizzazioni Istat) in possesso della sola Agenzia delle entrate e che, comunque, dovrebbero essere personalizzati?
  • “gli scontrini vanno conservati”. Per farne cosa? Per aumentare la mia spesa e quindi farmi computare un maggior reddito presunto? E, comunque, non essendo intestati non sarebbero opponibili al fisco: scongiurato un mercato nero degli scontrini;
  • “solo scostamenti di 1.000 euro al mese legittimeranno approfondimenti del fisco”. Ma un conto è dichiarare 10.000 euro con scostamento superiore a 12.000 e un conto dichiarare 50 mila e avere stesso scostamento.

 

Oltre lo scontrino: comportamenti razionali consigliabili

Di fronte alle “perle” appena esposte, potrebbe invece essere opportuno analizzare razionali ed opportuni comportamenti.

In generale, innanzitutto occorre rilevare che può essere utile conservare la documentazione di spesa (scontrini, fatture, ricevute, ordini e ricevute di pagamento) per tutelarsi in una querelle redditometrica, ma il tutto è dipendente dalla tipologia di spesa e, soprattutto, dalla considerazione di idoneità che a tempo debito il funzionario del fisco effettuerà.

Specificamente un contribuente potrà dimostrare che il finanziamento delle spese dell’anno è avvenuto:

  • con redditi fiscalmente legittimi percepiti (ancorchè non transitati in dichiarazione: redditi esenti e soggetti a ritenuta a titolo d’imposta come redditi finanziari sottoposti a regime amministrato bancario o locazioni a ritenuta d’imposta, borse di studio, pensioni di guerra, vincite),
  • con utilizzo di risparmio,
  • grazie a disponibilità di soggetti diversi dal contribuente (coniugi, genitori, parenti, amici).

Nella maggior parte dei casi il contribuente si troverà a collaborare con il funzionario del fisco per fornire allo stesso gli elementi relativi:

  • a pagamenti fatti da terzi,
  • a movimentazioni dei risparmi detenuti,
  • documentazione da cui emerge che il costo che sarebbe addebitato è inferiore a quello effettivamente sostenuto.

Il modus operandi ottimale è quindi quello di poter archiviare sotto qualsiasi forma la documentazione che potrebbe un giorno servire per affrontare un contraddittorio con l’Agenzia delle entrate: dalla documentazione bancaria e finanziaria (es. pagamenti di genitori per conto dei figli) a quella relativa agli acquisti (taluni scontrini, fatture e ricevute per spese non ripetitive[25]) che potrebbero servire per convincere il funzionario che quella emergente dal documento è la reale spesa per quel determinato bene o servizio, inferiore rispetto a quanto presunto.

Le spese eccedenti i 3.600 euro sono già a conoscenza del fisco in quanto monitorate ed immagazzinate nella banca dati tributaria così come una miriade di dati (immobiliari, del pubblico registro automobilistico, bancari, “telefonometro”, ecc.).

 

Conclusioni

Questa “caccia alle spese” sta creando fobìe personali ed un ulteriore freno ai consumi. La sensazione, inoltre, è che incrementi il nero col doppio svantaggio, per l’erario, di non incassare nemmeno l’iva…

 

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La “I.T.F. Imposta sulle transazioni finanziarie” (c.d. Tobin Tax italiana) ai nastri di partenza.

AGGIORNAMENTO DEL 1° MARZO 2013: ieri 28 febbraio 2013 (solamente il giorno prima della entrata in vigore di questa normativa) è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 50 il decreto del Ministro per l’Economia (attualmente in carica) Grilli ( Decreto 21 febbraio 2013 – “Attuazione dei commi da 491 a 499 della Legge n. 228/2012 (“Legge di Stabilità 2013″) – Imposta sulle Transazioni Finanziarie – 13A01834 – G.U. n. 50 del 28.2.2013).

 

Post pubblicato il 25 febbraio 2013:

Premessa

Il Governo Monti, con l’approvazione da parte del Parlamento (Legge 228/2012, cd. “Legge di Stabilità 2013”) ha come noto introdotto in Italia sulla scorta delle “indicazioni” europee (per secondi in Europa[1], dopo la Francia che però non tassa i derivati) la cd. “Tobin tax italiana”. L’argomento è già stato trattato in questo sito coi post “La Legge di Stabilità 2013: la fine di un anno vissuto pericolosamente” e “Un pezzo di Francia nella Tobin Tax italiana”.

Viene comunemente chiamata “Tobin Tax”, ma -alla luce dell’analisi del provvedimento- dovrebbe meglio denominarsi “I.T.F. – Imposta sulle Transazioni Finanziarie” in quanto il campo di applicazione di questa nuova imposta indiretta è ben più esteso rispetto a quanto tradizionalmente inteso col termine “Tobin Tax” (normalmente intesa come una imposta sulle transazioni finanziarie transfrontaliere da applicarsi al trading di valute) in quanto tocca azioni ma anche i derivati. Per approfondire il pensiero di James Tobin vedi il post “Tobin Tax europea anche nell’Italia di Monti: bancomat o boomerang?

 

Decreto attuativo del Ministro dell’Economia e delle Finanze (Decreto Grilli)

Entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge di stabilità (1.1.2013, quindi entro il 31.1.2013) avrebbe dovuto essere emanato un decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze con il quale definire le modalità di applicazione delle nuove imposte, compresi gli eventuali obblighi dichiarativi.

Il cittadino italiano è abituato alla mancanza di rispetto dei termini da parte del pubblico (i cd. “termini ordinatori”[2], che nel campo fiscale diventano talvolta “termini canzonatori”) e, a pochi giorni lavorativi prima della entrata in vigore (1° marzo 2013) di questa nuova normativa (!), il Ministro tecnico Grilli ha finalmente emanato il 21 febbraio scorso tale decreto (il quale, comunque, abbisogna della sua pubblicazione per essere valido e preso definitivamente in considerazione)[3].

Il presente post tiene conto di tale provvedimento attuativo, nella speranza che non subisca variazioni di contenuto nel viaggio dal Via XX Settembre (sede del Ministero) all’Istituto Poligrafico…

 

Quali transazioni sono colpite dalla ITF (“Imposta sulle Transazioni Finanziarie”) ?

In somma sintesi, sono colpiti dalla nuova tassa:

1) i trasferimenti di proprietà di azioni e strumenti finanziari partecipativi di emittenti (Art. 1, comma 491, L. 228/2012),

2) le operazioni su strumenti finanziari derivati e su titoli con sottostante gli strumenti di cui al n. 1) (Art. 1, comma 492, L. 228/2012),

3) le “operazioni ad alta frequenza” (Art. 1, comma 495, L. 228/2012).

 

Caso 1) Trasferimenti della proprietà[4] [5] di azioni[6] [7] e di altri strumenti partecipativi emessi da società italiane nonché dei relativi titoli rappresentativi indipendentemente dalla residenza del soggetto emittente[8] (Art. 1, comma 491, L. 228/2012)

Dal 1° marzo 2013, l’acquirente è tenuto al pagamento dell’ITF nella misura proporzionale dello

  • 0,12% (0,10% dal 2014) se il trasferimento è avvenuto in mercati regolamentati (borse valori ufficiali) e/o sistemi multilaterali di negoziazione[9]
  • 0,22% (0,20% dal 2014) per gli altri trasferimenti (es. in mercati “over the counter”)

sulla seguente base imponibile di azioni e strumenti partecipativi emessi da società italiane:

  • valore del “saldo netto delle transazioni regolate giornalmente relative al medesimo strumento finanziario e concluse nella stessa giornata operativa da un medesimo soggetto” (risultando così non soggette ad ITF le operazioni aperte e chiuse in giornata, le cd. “intraday”),
  • ovvero il corrispettivo versato.

 

Territorialità

L’imposta grava sulle transazioni di titoli nazionali edè dovuta indipendentemente dal luogo di conclusione della transazione e dallo Stato di residenza delle parti contraenti”.Per “evitare” infatti fenomeni di evasione dell’imposta grazie all’effettuazione di scambi di strumenti finanziari italiani, l’imposta colpisce le transazioni di azioni emesse da società nazionali:

  • sia che avvengano all’estero;
  • che ove le parti, anche entrambe, siano non residenti in Italia.

 

Esclusioni

Sono esclusi dal campo di applicazione dell’ITF:

  • i trasferimenti della proprietà a seguito di donazione e/o successione;
  • le obbligazioni o titoli di debito;
  • le emissioni e/o gli annullamenti di azioni e dei predetti strumenti finanziari (cd. “operazioni sul mercato primario”);
  • i trasferimenti della proprietà di azioni o quote di OICR, incluse le azioni di Sicav;
  • le azioni di nuova emissione e le conversioni di obbligazioni in azioni di nuova emissione o per esercizio di un diritto di opzione;
  • le assegnazioni di titoli a fronte di distribuzione di utili o di riserve ed anche l’assegnazione di azioni di nuova emissione a fronte di piani di stock options;
  • le acquisizioni temporanee di titoli[10];
  • i trasferimenti di proprietà di azioni[11] emesse da società la cui capitalizzazione media[12] sia inferiore a 500 milioni di euro. La lista delle società quotate le cui azioni o titoli rappresentativi sono esentati nel 2013 da ITF la trovi QUI.

Sono altresì esclusi i soggetti che si interpongono nelle anzidette operazioni.

 

Liquidazione dell’imposta

Mentre il soggetto effettivamente inciso dell’imposta è l’acquirente, chi effettivamente liquida (trattenendola dall’acquirente) e versa l’imposta sono, in linea di principio, gli intermediari finanziari abilitati[13] (banche, fiduciarie, società d’investimento, ecc.) oppure coloro che comunque intervengono nell’esecuzione delle operazioni (notai o gli intermediari non residenti, per il tramite di un rappresentante fiscale appositamente nominato[14]).

Nel caso in cui le operazioni avvengano senza il coinvolgimento di intermediari l’imposta deve essere liquidata e versata dall’acquirente stesso, in proprio.

Il versamento dell’imposta deve essere effettuato entro il giorno 16 del secondo mese successivo[15] a quello del trasferimento della proprietà delle azioni o degli strumenti finanziari. La ITF dei mesi di marzo, aprile e maggio potranno essere versati in via straordinaria entro il 16 luglio 2013.

 

Esenzioni

Non sono soggette all’ITF sui trasferimenti di azioni nonché dei relativi titoli rappresentativi ma anche sui contratti derivati di cui al successivo punto 2):

  • operazioni con controparte la Ue, BCE, Banche centrali di Stati Ue, banche centrali di altri stati, organismi internazionali esonerati sulla base di accordi multilaterali;
  • transazioni di supporto agli scambi da parte dei market makers;
  • soggetti che effettuano, per conto di una società emittente, operazioni per favorire la liquidità di quest’ultima;
  • agli enti di previdenza ed assistenza obbligatori pubblici e privati ed alle forme pensionistiche complementari;
  • operazioni tra società fra le quali sussista il rapporto di controllo di cui all’Art. 2359, commi 1, nn. 1 e 2, e 2, codice civile ed anche fra società soggette a comune controllo (c.d. “società sorelle”);
  • operazioni effettuate nell’ambito di operazioni di riorganizzazione aziendale;
  • operazioni relative ai prodotti ed ai servizi qualificati come etici o socialmente responsabili ai sensi dell’Art. 117-ter del D.Lgs. 24.2.1998 n. 58.

 

Caso 2) Operazioni su contratti derivati e su titoli con sottostante quanto al n. 1)(Art. 1, comma 492, L. 228/2012)

Ai sensi dell’Art. 1, comma 492, L. 228/2012 (“Legge di Stabilità 2013”), dal 1° luglio 2013, ciascuna controparte di contratti relativi ad

è tenuta al pagamento dell’ITF in misura fissa determinata secondo la Tabella 3 dell’Allegato 2 alla Legge di Stabilità 2013, ovvero, meglio, sulla base dei seguenti prospetti che elencano concretamente fra l’altro le operazioni:

Imposta fissa[17] per contratti futures, certificates, covered warrants e contratti di opzione su rendimenti, misure o indici relativi ad azioni

Valore nozionale del contratto

Misura (fissa) dell’imposta

0 – 2.500,00 euro 0,01875 euro per ciascuna controparte
2.500,00 – 5.000,00 euro 0,0375 euro per ciascuna controparte
5.000,00 – 10.000,00 euro 0,075 euro per ciascuna controparte
10.000,00 – 50.000,00 euro 0,375 euro per ciascuna controparte
50.000,00 – 100.000,00 euro 0,75 euro per ciascuna controparte
100.000,00 – 500.000,00 euro 3,75 euro per ciascuna controparte
500.000,00 – 1.000.000,00 euro 7,50 euro per ciascuna controparte
> 1.000.000,00 euro 15,00 euro per ciascuna controparte

 

Imposta fissa[18] per contratti futures, warrants, certificates, covered warrants e contratti di opzione su azioni

Valore nozionale del contratto

Misura (fissa) dell’imposta

0 – 2.500,00 euro 0,125 euro per ciascuna controparte
2.500,00 – 5.000,00 euro 0,25 euro per ciascuna controparte
5.000,00 – 10.000,00 euro 0,50 euro per ciascuna controparte
10.000,00 – 50.000,00 euro 2,50 euro per ciascuna controparte
50.000,00 – 100.000,00 euro 5,00 euro per ciascuna controparte
100.000,00 – 500.000,00 euro 25,00 euro per ciascuna controparte
500.000,00 – 1.000.000,00 euro 50,00 euro per ciascuna controparte
> 1.000.000,00 euro 100,00 euro per ciascuna controparte

 

Imposta[19] relativa a:

  • contratti di scambio (swaps) su azioni e relativi rendimenti, indici o misure;
  • contratti a termine collegati ad azioni e relativi rendimenti, indici o misure;
  • contratti finanziari differenziali collegati alle azioni ed ai relativi rendimenti, indici o misure;
  • qualsiasi altro titolo che comporta un regolamento in contanti determinato con riferimento alle azioni ed ai relativi rendimenti, indici o misure;
  • combinazioni di contratti o di titoli sopraindicati.

Valore nozionale del contratto

Misura (fissa) dell’imposta

0 – 2.500,00 euro 0,25 euro per ciascuna controparte
2.500,00 – 5.000,00 euro 0,50 euro per ciascuna controparte
5.000,00 – 10.000,00 euro 1,00 euro per ciascuna controparte
10.000,00 – 50.000,00 euro 5,00 euro per ciascuna controparte
50.000,00 – 100.000,00 euro 10,00 euro per ciascuna controparte
100.000,00 – 500.000,00 euro 50,00 euro per ciascuna controparte
500.000,00 – 1.000.000,00 euro 100,00 euro per ciascuna controparte
> a 1.000.000,00 euro 200,00 euro per ciascuna controparte

Sono esclusi dall’ITF i derivati su strumenti sottostanti esteri. L’imposta non si applica altresì ai soggetti che si interpongono nelle medesime operazioni.

 

Territorialità

Anche per la presente fattispecie, l’imposta è dovuta indipendentemente dal luogo di conclusione della transazione e dallo Stato di residenza delle parti contraenti. L’imposta è dovuta al momento della conclusione dell’operazione.

 

Liquidazione dell’imposta

Trattenuta ad ognuna delle parti, ordinariamente liquidano e versano l’imposta gli intermediari finanziari abilitati[20] (banche, fiduciarie, società d’investimento, ecc.) oppure coloro che comunque intervengono nell’esecuzione delle operazioni (notai o gli intermediari non residenti, per il tramite di un rappresentante fiscale appositamente nominato[21]).

Nel caso in cui le operazioni avvengano senza il coinvolgimento di intermediari l’imposta deve essere liquidata e versata da ognuna delle parti, in proprio.

Parimenti al “Caso 1)”, il versamento dell’imposta deve essere effettuato entro il giorno 16 del secondo mese successivo[22] a quello delle operazioni (entro il 16 agosto 2013, che viene prorogato al 20 agosto 2013).

 

Caso 3) le “operazioni ad alta frequenza” (Art. 1, comma 495, L. 228/2012).

Le operazioni effettuate ad alta frequenza[23] sul mercato finanziario italiano espongono “il soggetto per conto del quale sono eseguiti gli ordini” al pagamento dell’ITF nella misura proporzionale dello

  • 0,02% sul controvalore degli ordini annullati o modificati, per singola giornata di negoziazione, che eccedono la soglia del 60%[24], e relativi ad operazioni di cui al precedente Caso 1) (trasferimenti di azioni, strumenti partecipativi…), con decorrenza 1° marzo 2013;
  • 0,02% sul controvalore degli ordini annullati o modificati, per singola giornata di negoziazione, che eccedono la soglia del 60%[25], e relativi ad operazioni di cui al precedente Caso 2) (contratti derivati, …), con decorrenza 1° luglio 2013.

 

Liquidazione dell’imposta

Relativamente alla liquidazione e versamento si applica la regolamentazione, in quanto compatibile, ai precedenti “Caso 1)” e “Caso 2)”: è prelevata dall’acquirente o dalla controparte finale dell’ordine di esecuzione, liquidata e versata dall’intermediario finanziario abilitato[26] (banche, fiduciarie, società d’investimento, ecc.) oppure chi intervenga nell’esecuzione delle operazioni (gli intermediari non residenti, per il tramite di un rappresentante fiscale appositamente nominato[27]).

 

Liquidazione dell’imposta

Trattenuta ad ognuna delle parti, ordinariamente liquidano e versano l’imposta gli intermediari finanziari abilitati[28] (banche, fiduciarie, società d’investimento, ecc.) oppure coloro che comunque intervengono nell’esecuzione delle operazioni (notai o gli intermediari non residenti, per il tramite di un rappresentante fiscale appositamente nominato[29]).

Nel caso in cui le operazioni avvengano senza il coinvolgimento di intermediari l’imposta deve essere liquidata e versata da ognuna delle parti, in proprio.

Parimenti al “Caso 1)”, il versamento dell’imposta deve essere effettuato entro il giorno 16 del secondo mese successivo[30] a quello delle transazioni ad alta frequenza relative alle azioni nazionali o di altri titoli rappresentativi. La ITF dei mesi di marzo, aprile e maggio potranno essere straordinariamente versati entro il 16 luglio 2013.

 

Accertamento fiscale

Ai fini dell’accertamento fiscale, dell’applicazione delle sanzioni, della riscossione e del contenzioso si applicano le disposizioni in materia di… iva (D.P.R. 622/1972) !

Applicandosi le sanzioni per omesso o ritardato pagamento nei confronti, principalmente, degli intermediari finanziari abilitati [31], che rispondono anche del pagamento dell’imposta, questi soggetti possono sospendere l’esecuzione dell’operazione finché non ottengano la provvista per il versamento dell’imposta.

 

Deducibilità fiscale

Mentre i guadagni realizzati in regime d’impresa sono ovviamente imponibili a tassazione, ai sensi del comma 499 dell’Art. 1 della Legge 228/2012, la ITF non è deducibile ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP.

 

Qualche considerazione

Da un punto di vista tecnico… tanto per cambiare la normativa si svela solo qualche giorno prima dell’entrata in vigore del provvedimento rendendo impraticabile aggiornare i sistemi e le procedure.

Inoltre come non osservare che l’iter legislativo non rispetta una legge dello stato: lo Statuto dei diritti del contribuente (Art. 3 della Legge 212/2000) prescrive che “… le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al sessantesimo giorno dalla data della loro entrata in vigore…”. Una norma che entra in vigore il 1° marzo deve essere regolamentata almeno 60 giorni prima, ed il Decreto di Grilli non ha di certo questo spazio temporale.

Come se non bastasse il fatto che sia stato firmato il 21 febbraio (sette giorni di calendario prima dell’entrata in vigore), diversi articoli del Decreto Grilli fanno riferimento ad ulteriori provvedimenti attuativi di cui l’utenza non ipotizza alcunché.

Quali esiti, per lo Stato, potrebbe ricevere l’impianto giuridico-fiscale se sottoposto ai giudici delle Commissioni Tributarie, allorchè questi invalidino il tutto?

Da un punto di vista del merito… il provvedimento si dimostra ancor più insensato: non solo non permetterà decorose entrate fiscali, ma l’utilità marginale (a livello di Paese) sarà sensibilmente negativa se si pensa agli effetti recessivi sia in termini di volumi di scambi che di (ulteriore) minor approvvigionamento di risorse da parte delle grandi imprese. Il contrario, infatti, di una opera di valorizzazione e conferimento di competitività per il mercato borsistico nazionale. Gli appelli mossi anche da queste pagine, con la citazione testimoniale della fallimentare esperienza svedese[32], non sono stati ascoltati.

Occorre infine osservare che la normativa emanata millanta di essere “europea”; in realtà -a parte il clamore pubblicitario- la ITF si fonda su presupposti e determinazione degli imponibili diversi dallo schema di direttiva approvato in sede comunitaria lo scorso 12 dicembre. Gli sforzi applicativi della disciplina ed il depotenziamento (ulteriore) della borsa valori italiana e del mercato finanziario basato nazionale che la stessa arrecherà saranno vani in una ottica di futuro obbligatorio adeguamento dell’attuale disciplina a quella che è stata tracciata dall’Europa.

 

Conclusione

Il primo risultato ottenuto è quello di vedersi spostare i grandi volumi dal mercato cash verso quello dei derivati (tassabili dal 1° luglio 2013) o sin da subito essere abbandonati per il mercato tedesco (posto che, come già rilevato, sta prendendo le distanze da questo input europeo) oppure per volare a Londra, ove da qualche mese hanno preparato il grande banchetto delle transazioni finanziarie.

Una tassa sulle transazioni finanziarie ha senso se applicata ovunque, altrimenti i bit coi quali si spostano gigantesche somme saranno sempre più veloci di qualsiasi regolamentazione che, se non bastasse, manca di globalità d’impostazione persino tra stati che in teoria sono favorevoli (Francia, Italia, Germania).

Ovvio che in un tale contesto le piazze londinese, nordamericana, o dell’estremo oriente, notoriamente avverse a simili provvedimenti, non possono che (ulteriormente) beneficiarne in termini di migrazione degli scambi e capitalizzazione.

 

Dott. Gabriele Righetti

 

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